cronache future

di Luisa Nardecchia

Il professor Yoptzxcce non riusciva a rassegnarsi alle tre ore di viaggio per raggiungere la mitica terra dei sogni, che tutte le leggende descrivevano come “la Terra di Mezzo” per la sua collocazione tra le montagne: era un’Atlantide dell’era cristiana, il sogno di ogni archeologo. Yoptzxcce studiava quell’antica civiltà da oltre trent’anni, aveva praticamente impostato su di essa tutta la sua vita, in particolare sulla denominazione del sito, sulla quale sussistevano infiniti dubbi e dalla quale si sarebbe potuto dedurre quanto accaduto dopo il terribile sisma che la distrusse.

Come l’antichissima Troia, anche la Terra di Mezzo aveva subito una stratigrafia archeologica, almeno 7 le distruzioni e le sovrapposizioni di ripristino di un fiorente centro abitato. Fortunatamente poteva disporre di una buona equipe di assistenti, per lo più studenti devoti che lo seguivano nelle sue imprese segrete e disperate.

Giunto sul posto, trovò pronti alcuni reperti che aveva con scrupolo dato ordine di estrarre. Le mani gli tremavano, quando li vide ben disposti sul lungo tavolo dell’archeopsia: aveva sudato per tutto il viaggio e ora finalmente era lì, stavolta era sicuro di aver trovato gli elementi giusti per la denominazione della mitica città sepolta, comunemente chiamata dagli studiosi “Terra di Mezzo”.

Yoptzxcce si avvicinò al tavolo e vide uno strano oggetto blu, bordato di bianco. Stando alle sue conoscenze, doveva sicuramente trattarsi di un antico “cartello stradale”: con questi rudimentali attrezzi si usava segnare l’inizio dell’abitato urbano. Yoptzxcce era certo che avrebbe finalmente risolto il mistero del nome. Conosceva in parte l’antica lingua locale, così provò a leggere. Le lettere erano molto rovinate, si decifravano a fatica su quel cartello di metallo arrugginito e aggrovigliato:  “L’ A Q U I L A “. Non capì il senso del segno dopo la prima lettera, ma rimandò il problema, l’avrebbe risolto mettendolo in sinossi con gli altri reperti che l’equipe operativa gli aveva disposto sul tavolo.

Il reperto seguente era in plexiglass, sicuramente di poco successivo al sisma: “L’ A Q U I L O’ “ …. “L’Aquilò…”. Sillabò… Il toponimo originario si era evidentemente deformato, doveva trattarsi della nuova denominazione, dovuta allo spostamento del sito urbano, e la datazione doveva risalire probabilmente all’anno zero era sismica, poco tempo dopo l’evento distruttivo del 2009 d.C..

Terzo reperto: risalente circa al 100 p.S. (post sisma).

Lesse meglio:      “L – A – Q –U – L – I “ doveva essere quello il nome. Provò a pronunciarlo, ma poi con i suoi strumenti mise a fuoco meglio e finalmente lesse:       L… O… C… U…. L…I …… LOCULI! gridò entusiasta, come se gli si fosse accesa una luce negli occhi: LOCULI! Era questo il nome della Terra di Mezzo! Di certo la datazione era corretta, il 100, massimo 120 post sisma, e il toponimo si riferiva senza dubbio all’antica conformazione abitativa della popolazione locale: così venivano infatti chiamati dei lunghi edific,i simili per utilizzo alle insulae latine, in cui gli autoctoni vissero zippati per cinquant’anni, sicuramente per far fronte alla terribile forza tellurica, ma anche per resistere strenuamente all’abbandono di quel territorio. Loculi! Loculi! Loculi!… sussurrava emozionato il Professor Yoptzxcce.

La stratigrafia proseguiva: ultimo reperto. “L A’ * QUI * LA’”. Le sillabe erano staccate da una specie di asterisco, e i segni di accentazione ripetuti alla prima e ultima vocale. Consultò i suoi appunti, e capì la tragica verità del nome: “Là qui là”. Gli abitanti avevano ripreso l’antica denominazione, deformandola per indicare la dispersione delle genti su un territorio vastissimo, quella dispersione che segnò la fine della Terra di Mezzo. Sicuramente databile intorno al 200 p.S., non è certo se furono i locali a chiamarla in questo modo o se furono gli Italici che, forse in senso dispregiativo, vollero così segnare la fine di una delle più belle città del mondo dell’epoca cristiana.

Lo spopolamento ridusse il centro a 3.000 abitanti, e poi al nulla.

A onor del vero la città si difese strenuamente contro la volontà di una nazione che, presa dalla terribile auri sacra fames, l’esecranda fame di denaro, non si curò della fine di questa antichissima civiltà. La storia cancellò questo centro urbano, che lottò sempre, secondo le antiche tradizioni genetiche che lo distinsero. La Terra di Mezzo, centro ricchissimo e florido della “via della lana” durante il Rinascimento, isolata tra le montagne in seguito, aveva costruito autostrade e bucato montagne per non morire e per restare collegata al resto del mondo. Ma nulla poté contro la costosa ricostruzione del periodo p.S.

Gli abitanti furono divisi al loro interno da qualcosa di molto più grande di loro. Furono usati senza che se ne accorgessero. Si fecero usare senza riuscire ad accorgersene. E il denaro segnò le sorti di un popolo fiero e tenace, che Roma nell’era sismica cancellò, come aveva fatto alle origini con i Sabini, i Vestini, gli altri popoli italici.

“E’ la triste legge che ci ha portato qui, nella nostra epoca – pensò Yoptzxcce – dove è proibito recuperare la memoria del tempo passato…”. Solo lui e un’occulta frangia segreta di studiosi di archeopsia ancora si chiedevano “da dove” proveniva l’Era Senza Memoria in cui si trovavano a vivere.

Lo scienziato scrisse qualche appunto, raccolse i reperti, li chiuse in una cassa e fece riporre il tutto dai suoi assistenti in un posto sicuro. Come un messaggio nella bottiglia lanciata nel gran mare dell’Essere, come una piramide in attesa del suo scopritore.

Con l’ultimo pugno di terra sulla cassa, l’amarezza il Professor Yoptzxcce chiuse il capitolo sulla Terra di Mezzo: contro il nuovo che avanza, solo uno dei tanti centri urbani cancellati dalla violenza della fiumana che sacrifica i singoli, in nome degli interessi di altri singoli.

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