…dell’ “indignazione collettiva”

di Luisa Nardecchia

Nei miei lunghi trascorsi scolastici è sempre stato fulgido il ricordo di un mio alunno molto particolare, Lorenzo, uno di quelli che ti rendono la vita impossibile, quelli che sono sempre “contro”, sorriso sarcastico, iperprotetti da più parti, scrittura volutamente incomprensibile… avete presente?.. quei figli che pretendono sempre “un po’ di più” della tua attenzione. Lo ricordo in una foto di classe, dietro, in alto; mise le braccia a croce come Gesù Cristo. Ebbene, Lorenzo – o come dicevan tutti, Renzo – un giorno si alzò in piedi all’improvviso durante la lezione e disse con voce ferma: “Sono indignato!”.

Stranezza interessante, tanto più che, passati un paio di giorni, il fatto iniziò a ripetersi in modo inquietante. All’improvviso lui si alzava e diceva: “Sono indignato!”.

Capite bene che dopo una, due, tre volte, il ragazzo venne richiamato dagli insegnanti per l’interruzione arbitraria, e il comportamento fu stroncato in modo abbastanza energico. Stette buono per un po’, poi ricominciò, in modo furbescamente camuffato da opportune variabili: non si alzava più in piedi ma all’improvviso, comunque, dall’ultima fila, emetteva un sommesso…. “sì sì, sono indignato.”… e dopo un paio d’ore una specie di singulto…“sono proprio proprio indignato….”. La situazione si faceva imbarazzante. Un giorno, esasperata, lo presi da parte, e alzandomi sulle punte dei piedi fino al suo naso, con efficacissima calata napoletana, gli dissi: “Loré, ma tu che vuò ‘a me?”. E lui, con espressione stupita, precisò che non c’era niente di personale, semplicemente… lui… era indignato! Lorenzo non sapeva bene “di cosa” o “per cosa” era indignato, troppo complessi e confusi i motivi che dettavano quel turbolento stato d’animo, ma sentiva di esserlo profondamente,  e lo diceva a modo suo.

Il Consiglio di classe, dopo una frettolosa riunione improvvisata per i corridoi, gli notificò che basta, doveva farla finita. E così Lorenzo – o, come dicevan tutti, Renzo – non potendo più né alzarsi, né bofonchiare, per non esplodere, se ne inventò un’altra: ogni tanto tirava fuori da sotto il banco un cartello formato A3 con su scritto “SONO INDIGNATO!” e lo ruotava a destra e a sinistra! Dopo tanti anni devo confessare che la cosa mi divertì parecchio, e che ne ero anche piuttosto orgogliosa.

Ve lo dico all’orecchio e senza farmi sentire, ma altro è quello che il docente fa, altro è quello che ha nel cuore. E nel cuore io ero contenta che gli fosse scattata la molla dell’indignazione. Dopo tre anni di studi su Catone e sulla virtus latina, cavolo, Lorenzo era l’unico che aveva ben capito la lezione, ben interpretato lo spirito pratico della urbanitas, della civitas, delle arringhe ciceroniane e delle filippiche. Non sapeva bene “di cosa”, non era compito suo capire perché, lo provava e lo diceva. E basta.

La nemesi storica vuole che ora io mi trovi nella sua stessa situazione: sono indignata, e i motivi sono così tanti e confusi che potrei fare una lista, ma non ci riesco, riesco solo a vivere infelicemente e confusamente questo sentimento. Giustamente la reazione è la stessa dei docenti contro Lorenzo: “Ma tu che vuò ‘a me?”. E io rispondo come lui: “Non lo so.”

Sfogo il mio bisogno di ricostruire lavorando come una matta fino a spaccarmi la schiena, e se è vero – come è vero – come dicono gli psicologi, che la parola è salvifica, allora bisogna DIRE. Ma ha un senso dire sul blog e dire sul web? Ha un senso rispetto a Lorenzo che si alzava in piedi e lo diceva e lo scriveva? Ha un senso iscriversi a un gruppo “quelli che si indignano” e sublimare così il bisogno di additare le cose che non vanno? E’ un modo poi davvero così efficace l’indignazione on-line? Il top sono quelli che si indignano col nik-name! Almeno chi si indigna firmandosi mantiene la sua corporeità, ma chi si firma “Fantomas”? Ah, certo, sa di svilire l’indignazione autografa. Colpire alla schiena, vigliaccamente, nell’anonimato. Questa indignazione da blogger in più sfumature è certamente eredità catoniana adattata alle mutate condizioni.

Mi ricordo che negli anni 80 su un muro di Ingegneria un genio graffitaro evidentemente prossimo all’esame di fisica scrisse: “Tatone il Tensore”. E d’accordo, va così, mutatis mutandis, giuste evoluzioni di antichi metodi, ma cavolo IO SONO INDIGNATA!

Mi indigna la città abbandonata, mi indignano i furti legalizzati dei finanziamenti per i terremotati, mi indigna l’arraffa-arraffa, mi indigna il puntellamento, mi indignano le pietre antiche buttate per terra, mi indigna l’inerzia.

Mi indignano i ritardi ingegneristici che ancora mandano in giro le A e le B, mi indigna che lavori di tamponature ci mettano un anno (e allora il centro storico?); mi indigna che ci siamo messi a discute’ su Bertolaso e Guzzanti,;mi indigna che abbiamo fatto passare il giro d’Italia come se niente fosse e infatti s’è visto che grandi risultati; mi indigna che i miei concittadini ancora mi dicono Beh t’hanno data la casetta che vuoi di più!; mi indigna che vogliono che mi sistemo così mi sto zitta; mi indignano le lapidi spezzate al cimitero, mi indigna che non si sia messo su un servizio uffici dov’era-dov’è (bastava un impiegato) e mi indigna che all’Aquila non andiamo col tom-tom come la gente normale, ma col tam tam come i villaggi dell’Africa.

Mi indigna che i vecchi moriranno al mare, mi indigna che i single non possono tornare (e che invece di dire “poracci so’ soli”, si dice “meno male che so‘ soli”); mi indigna che i padri separati devono dormire nelle roulotte da soli e non possono ospitare i figli senza doversi vergognare; mi indigna che continuiamo a parlare di miracolo come i ciechi a cui danno da bere e intanto gli fregano le elemosine; mi indigna che non riusciamo a venirne a capo.

Mi indigna che ognuno si indigna per conto suo per le cose sue e non c’è un’indignatio collettiva; mi indigna che anche quando i fatti sono lampanti, comunque, gli uomini di parte insistono a difendere l’indifendibile; mi indigna che mi considerano una miracolata perché ho la casetta; mi indigna dover parlare a nome di tanti che ridono sotto i baffi leggendo e poi non fanno niente; mi indigna che ci sono quelli che si indignano della mia indignazione.

Ecco. Lorenzo, Barabba, ladrone in croce, me l’hai tirata e sto come te. E come te io dico “non è compito mio risolvere piccole e grandi cose, c’è gente pagata per farlo, votata per farlo, FARLO E’ IL LORO LAVORO e non sono io”.

Io non posso che occuparmi di ragazzi e far sì che crescano con un sano e consapevole pensiero critico. Criticamente ho cresciuto generazioni di vostri figli, che come Lorenzo si indignano insieme a me. Ma porca miseria, amici, colleghi, persone, gente dell’Aquila, ci vogliamo mettere insieme? Non basta cliccare “condividi”.

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6 Responses to “…dell’ “indignazione collettiva””


  1. 1 Miss Kappa 26 maggio 2010 alle 22:25

    Ciao Luisa.
    Ci son persone che si indignano proprio come te. Ed io mi mi indignavo anche a scuola, pur non scrivendo cartelli.
    Mi indignavo prima del terremoto e, come dici tu, lo dimostravo, in maniera del tutto inefficace, anche cliccando su condividi. Pur dicendo sempre la mia. Oggi mi indigno partecipando. E credo che questa indignazione non sia priva di risultati. I nostri amministratori sono inadeguati ed incapaci. Il governo ci ha reso carne da macello per la propaganda di stato. Io non posso più affidarmi a loro. Partecipo. Credendoci fortemente. Le idee possono essere portate avanti anche da poche persone. Se arrivano i risultati, i cittadini non potranno che apprezzarli e condividerli. Non cliccando, ma usufruendo dei benefici.

    p.s. scrivo in questo riquadro e, accanto, trovo la foto di casa mia. Sullo sfondo sfocato. Ciao Costa Masciarelli, aspettami, ti rpego….

  2. 2 annalucia 26 maggio 2010 alle 23:32

    Sarò brutalmente sincera: non basta cliccare per condividerlo, non basta scriverlo (per quanto bene), non basta fare bene il proprio lavoro (quello cerchiamo di farlo tutti). Bisogna partecipare. Sennò dovrai continuare a indignarti da sola.
    Con affetto.
    Annalucia

  3. 4 Paolo Casagni 27 maggio 2010 alle 11:12

    Ma dai Luisa, tra te e Lorenzo non dico che c’è un abisso ma quasi! le sue sono azion/reazioni scomposte perchè non conosce chi provoca la sua indignazione e perchè … tu invece lo sai e lo dici, verso la fine del tuo splendido articolo. Chi sono? I nostri governanti. Perchè? Perchè pur non fanno il loro dovere.

    Paolo

    P. S. Luisa, scusa l’off topic ma …. noi ci conosciamo anche se non ci vediamo da una ventina d’anni abbondanti (Radio L’Aquila, you remember?), mi piacerebbe ristabilire un contatto!

  4. 5 massimo giuliani 27 maggio 2010 alle 16:27

    Ciao, Luisa, è importante quello che scrivi.
    E’ importante ciascuna delle diverse forme di testimonianza che emergono dagli aquilani che non ci stanno.
    Certo, nessuna di queste basta da sola.
    Non basta cliccare, non basta scrivere, non basta lavorare, non bastano le carriole, non basta andare in televisione.
    Se L’Aquila rinasce, è perché c’è chi lavora per ricostruire il centro, chi per salvare le pietre, chi per richiamare l’attenzione sugli adolescenti, chi scrive per fare una decente informazione, chi suona e fa teatro e così via.
    E chi da un anno dà al proprio lavoro, quello che fa da sempre, un contenuto in più.
    Senza graduatorie, tanto meno del diritto di indignarsi.
    Continua a scrivere e a gridare, questo è un paese addormentato.

  5. 6 Walter Cavalieri 1 giugno 2010 alle 23:00

    Cara Luisa, l’indignazione è un sentimento propeduetico, è come a livello organico l’appetito che prepara la fame. La nostra indignazione, mal rappresentata o persino ignorata dai nostri politici, sta lentamente facendo montare una RABBIA profonda che verrà alimentata dal tempo che passa. E’ vero, la nostra comunità è storicamente divisa (L’Aquila dei Camponeschi e Gaglioffi…), è la Aquilanitas dell’indolenza e dell’ironia cialtrona (“chi te llo fa fà…”), ma ogni tanto questa comunità s’INCAZZA alla grande! Potrei fare tanti esempi di fiammate inaspettate scaturite nei secoli da questa popolazione apparentemente supina. Allora dico: signori politici, state attenti agli Aquilani! Abbiate rispetto di questa gente, perchè potrebbe bussare coi bastoni ai vostri Palazzi e darvi la sveglia! E sappiate che se ci saranno i nostri giovani disperati e senza futuro, con loro ci saremo anche noi che li abbiamo educati al diritto alla ribellione!


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