una voce, 18 mila voci dalle c.a.s.e…..

(da un “insediamento c.a.s.e”, …firmata, 19 maggio)

….. Stanotte sono stata malissimo, forse mancava l’aria in “casetta” e così mi sono svegliata che mi girava la testa. Ho aperto la finestra e dopo un po’ sono stata meglio. Ho pensato tante volte a una casa in affitto, non credere che io sia una sprovveduta. Ma bisogna aspettare che le “B” rientrino nelle loro case; al momento non c’è scelta, qualsiasi cosa io abbia trovato era roba in muratura (che fa rima con paura) o fatiscente o sporca o troppo, troppo lontana.

Il film dell’ “intellettuale in campagna” con i cani e i gatti non è certo neorealismo italiano, lo inserirei più nella fantascienza. Le mie condizioni psicologiche non mi consentono l’autonomia necessaria a quel copione. Qui c’è una muta condivisione della sofferenza. Ti affacci e sai che questi disgraziati stanno come te e se hai bisogno e suoni un campanello qualcuno ti apre e ti porta in ospedale. Non esiste vicinato, ma c’è la solidarietà dei prigionieri di guerra. Neanche ti saluti al mattino, ma se senti un pianto subito ti affacci a vedere se qualcuno ha bisogno di aiuto. La notte è muta. I lampioncini disegnano luci disneyane sui prati appena seminati, sui cercys appena fioriti, e sembrano i colori con cui le pompe funebri dipingono i morti.

Ma se esce il sole al primo pomeriggio, escono tanti bambini, così tanti che ti chiedi dove li abbiano nascosti per tutto l’inverno, come li abbiano fatti tacere per tutti questi mesi. Pensi a ‘Useppe della Storia di Elsa Morante, o al piccolo di Benigni nel “La vita è bella”. Li guardi dalla finestra, e preghi dio, se esiste, che non si abituino a questo nulla, che si rialzino.

Li guardi, guardi nel quadrato militare del cortile chi torna con le buste della spesa, nessuno ride, vanno sempre con un incedere che non ha più guizzi di entusiasmo. Guardi tutto questo e dici “questa è la mia gente”.

E non vuoi andartene, non vuoi preservarti da tutto questo, qualcosa te lo impedisce. Certo, potrei giocare a fare la ricca donna di campagna con i suoi libri, i cani stesi sul tappeto davanti al camino acceso. Potrei anche permettermelo. Ma antiche romaticherie o chissà cosa mi portano ad affondare con la nave. Piuttosto valuterei l’ipotesi di trasferirmi altrove, il che non è escluso. Ma se sto qui, se resto qui, devo dividere la sorte degli altri.  Sai, noi della scuola viviamo in questo piccolo mondo antico fatto di piccole vedette lombarde e tamburini sardi. Romanticherie ottocentesche in cui crediamo fortemente ci portano a credere che proprio chi ha delle responsabilità deve farsi servo dei meno fortunati.

Ieri ho accarezzato mentalmente i miei libri con le poesie di Edoardo Sanguineti. Sembra un’eresia, con quello che succede, dire che soffro fisicamente la mancanza di quelle pagine, ma ieri è stato così. Perché Sanguineti è morto e leggere qualche verso per me significava farlo vivere ancora. Avidamente ho cercato su Internet, ma nessuna di quelle mie amatissime. Solo pochi frammenti sparsi.

Tu hai ragione su tutta la linea, tutti i carriolanti hanno ragione, ma io non ho torto. Da dove prendono tutta quella forza? Sempre di più assimilo inconsciamente la situazione a quella degli ebrei. Io sarei certo morta in un campo di sterminio, troppa pietas rende fragili, vulnerabili. E non riesco a farmi crescere il pelo sullo stomaco, non ce la faccio.

::::::::

Quanto a me, l’esercizio convinto della non-violenza gandhiana mi porta a tenermi lontana dalle manifestazioni di protagonismo di alcuni.

Credimi, ho provato di tutto, ho provato tante volte a formare un “movimento di massa” di protesta non-violenta basata sulla non-collaborazione. L’obiettivo era fare ostruzionismo passivo. Non gesti plateali, ma resistenza muta e compatta: non comprare certe cose, non andare in certi posti, definire strategie collettive. Ti sei mai chiesto perché è bello il flash-mob? Perché tutto si ferma, e tutti sono uguali nella loro immobilità. E tutti appartengono a una setta segreta, solo chi fa il gioco capisce, gli altri no. Ecco.

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Ormai mi guardano come si guarda una pazza. E forse lo sono, forse lo sono.

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1 Response to “una voce, 18 mila voci dalle c.a.s.e…..”


  1. 1 tiziana irti 20 maggio 2010 alle 12:31

    io non abito in una c.a.s.a. ma a casa mia che era B. sicuramente sto meglio di te ma sono ben lontana dalla serenità che avevo prima del 6 aprile 2009. Ho un solo rimedio per cercare di ritrovare un equilibrio: lavoro. Abbiamo un’associazione culturale e stiamo lavorando senza sosta da quella data. Se vuoi, contattami via e-mail, se non sei troppo lontana possiamo incontrarci.


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