lettera dall’Aquila, un anno dopo

Colloquio con un ingegnere aquilano di ritorno dal Friuli

Dott. Ing. Franco Ligonzo (°)  su “il Giornale dell’Ingegnere” , Collegio degli Ingegneri e Architetti di Milano, n.7, aprile 2010

Con l’autorizzazione dell’interessato, pubblichiamo la lettera che “un aquilano trapiantato a Brugherio” (*) ha scritto all’amico Franco Ligonzo per aiutarlo a capire le ragioni di quella che è stata battezzata la “Rivolta delle carriole”.

Caro Franco, complimenti per l’impegno su L’Aquila, sperando che possa accendere altri riflettori e far ragionare chi deve prendere decisioni sulla Città; a questo scopo penso che potrà esserti  d’aiuto l’Ing. Adriano Di Barba che a suo tempo partecipò la ricostruzione in Friuli ed ora da Roma, dove ormai risiede da anni, segue le vicende del terremoto dell’Aquila.

Ti scrivo perché mi piacerebbe che fosse compreso una realtà che può sfuggire a chi non appartiene ad una città d’arte di provincia ed è abituato a prendere decisioni economiche o urbanistiche in altri contesti. Ebbene, esiste una differenza tra il sopravvivere e il vivere e se per il  primo può bastare un tetto, questo non basta certamente per il secondo; a maggior ragione in certe realtà dove la vita ha abitudini e ritmi antichi. Può darsi, infatti, che per un residente di Sesto S Giovanni se gli crollasse la casa e gliene costruissero un’altra a Cinisello…. farebbe poca differenza, se questa casa fosse a “Milano 2” potrebbe essere addirittura meglio. Ma parliamo sempre di realtà dell’hinterland, dove i rapporti di vicinanza e condivisione contano poco o nulla. Al contrario, in realtà come quella di L’Aquila, e potrebbe essere lo stesso per Siena, Perugia,o, più vicino a noi, Vigevano o Pavia, dare per perduto e da abbattere il Centro Storico, allontanando i cittadini da quei vicoli che ne hanno visto passare tutte le fasi della vita anche sociale, è, consentimi, criminoso. Questo è quello che sta succedendo a L’Aquila, dove si sta progettando e realizzando la disgregazione del tessuto sociale con esiti non ben prevedibili sulla vita stessa della Comunità.
Gli Urbanisti si dovrebbero preoccupare di questi aspetti e trovare il modo più economico e sicuro per restituire la vera Città agli Aquilani. Un tetto (e in realtà sono ancora pochi i tetti a disposizione degli Aquilani), se costruito senza aver presente chi ci deve abitare, non basta.

Un abbraccio, Francesco

Coinvolti dal pathos di questa lettera, curiosi di capire le ragioni della “rivolta delle carriole”, ma, soprattutto, convinti come ingegneri dell’importanza di mettere in luce, dopo gli aspetti “edificatori” del dopo-terremoto (vedere n.2-2010),  anche quelli urbanistici e sociali,  abbiamo organizzato un colloquio con l’Ing. Adriano Di Barba (**). Prima, però, ci siamo documentati sul “terremoto del Friuli” che è spesso ricordato come “caso di scuola” (***)

FL: Ingegnere, discutiamo i due casi “Friuli-1976” e “Abruzzo-2009” e, per stare ai fatti, limitiamoci ai primi dodici mesi del dopo-terremoto. Cominciamo dalla filosofia dell’intervento e dalla prima emergenza. A proposito del Friuli ho letto che la filosofia di base fu salvare la collettività, riportandola al più presto alla normalità attraverso il ripristino dei posti di lavoro, la conservazione della coesione delle comunità locali, il ripristino dei servizi essenziali; in Abruzzo, invece, la filosofia (primaria) è stata dare una “casa ai senzatetto prima dell’inverno”.

AdB: Sì, in Friuli una delle “parole d’ordine” del momento (6 maggio 1976), oltre al “fassin di besòi” (facciamo da soli) fu “il lavoro prima delle case”. Per questo sin dai primi giorni, pur nell’estrema dispersione sul territorio, le popolazioni furono mantenute vicino ai centri di residenza mediante un grande afflusso di tende, roulottes, containers, collocati  spesso negli orti di famiglio o nelle aree immediatamente messe a disposizione dalle Amministrazioni locali. In questo modo esse poterono mantenere, per quanto possibile, le proprie abitudini di vita e di lavoro, conservando autonomia e libertà di comunicazione e di movimento. Solamente dopo la scossa del 15 settembre le popolazioni furono evacuate in massa verso i centri costieri; in quel momento la parola d’ordine cambiò da “fassin di besòi” a “dov’era e com’era” All’Aquila, invece, in pochi giorni la popolazione è stata messa di fronte alla scelta di essere ospitata nelle tendopoli (allestite prevalentemente all’interno di impianti sportivi), oppure di essere alloggiata in strutture alberghiere (prevalentemente sulla costa adriatica). Questa soluzione ha comportato un primo sgretolamento delle comunità, specialmente di quella aquilana, e un totale cambiamento delle abitudini di vita: nelle tendopoli e negli alberghi si riceveva tutto ma mancavano la possibilità di continuare il proprio lavoro, di farsi coraggio con i propri vicini di sempre, di chiedere aiuto alle autorità locali, peraltro messe da parte.

FL: parliamo ora del dopo-emergenza e, in particolare, della localizzazione e dell’urbanizzazione degli insediamenti temporanei, delle caratteristiche degli edifici, del riuso degli edifici stessi e dei suoli, dei tempi di completamento.

AdB: riguardo alla localizzazione, in Friuli, già la legge regionale Friuli-Venezia Giulia n. 33 del 21 luglio 1976 conteneva le norme per il reperimento da parte dei Comuni delle aree destinate agli interventi edilizi urgenti. Immediatamente dopo, attraverso l’elaborazione di varianti ai Piani Regolatori comunali vigenti e in stretta collaborazione con le Amministrazioni comunali e con il coinvolgimento delle popolazioni, si procedette alla individuazione delle aree da destinare agli insediamenti abitativi provvisori (per oltre 61.000 persone), nonché di quelle per i servizi collettivi, per le attività terziarie comunali e per gli insediamenti produttivi. Tali aree furono scelte, d’intesa con i Sindaci, tra quelle a più diretto contatto con i nuclei edificati originari e talvolta furono anche di ridotta o ridottissima estensione (solamente per 2 o 3 alloggi per ciascun nucleo) proprio per consentire alle persone di rimanere in vista delle proprie abitazioni danneggiate o distrutte, di poter continuare le proprie attività lavorative, di mantenere inalterati rapporti di vicinato e di appartenenza alla comunità. All’Aquila, la scelta delle aree ove far sorgere le costruzioni del progetto c.a.s.e., fatta inizialmente utilizzando le foto satellitari di GoogleMaps, è stato frutto di un atto di imperio che ha disperso la popolazione su un territorio vastissimo, (oltre 140 ettari, equipollente al centro storico dell’Aquila), perpetuando l’iniziale disgregazione delle comunità. Scarsi o nulli, in virtù di ordinanze in deroga alla legislazione ordinaria, sono stati i controlli d’impatto ambientale, urbanistico, infrastrutturale, demografico. Solamente in alcune frazioni e centri minori (esclusi dal progetto c.a.s.e.) la popolazione ha potuto indicare i siti ove posizionare casette di legno, frutto di aiuti volontari.

Riguardo alle caratteristiche degli insediamenti temporanei, in Friuli, già nell’estate del 1976, si cominciò con la progettazione delle opere di urbanizzazione primaria delle aree d’insediamento degli alloggi temporanei (ivi compresi gli impianti di trattamento delle acque reflue) Per gli alloggi  furono utilizzati prevalentemente prefabbricati forniti dalle ditte Volani, Bortolaso, Della Valentina, COCEL, ecc., che conservarono egregiamente la loro funzionalità anche a distanza di molto tempo. All’atto della loro dismissione (una decina di anni dopo il terremoto), i prefabbricati furono spesso reimpiegati in altre zone d’Italia, come annessi agricoli, depositi, ecc. Le aree “temporaneamente” utilizzate per gli insediamenti provvisori e per lo stoccaggio delle macerie furono successivamente completamente sgomberate e ricoperte con uno strato di terreno vegetale per rifarci sopra gli orti preesistenti. All’Aquila, e a maggior ragione nei centri limitrofi, la fase di pianificazione territoriale, ancorché di emergenza, è stata completamente saltata a favore dell’avvio diretto della fase “edilizia”. Da un punto di vista urbanistico, il progetto c.a.s.e., che è il fiore all’occhiello dell’intervento straordinario, consiste sostanzialmente in diciannove aree prive, dislocate a molti km di distanza tra loro e spesso malamente collegate alle strade principali. Qui sono state costruite palazzine di tre piani, al momento prive di servizi, che alloggiano 4.500 nuclei familiari (pari a 13.400 abitanti) provenienti da zone diverse della città. Non c’è stato alcun criterio di ricollocazione di queste persone congruentemente con la localizzazione primitiva.  Riguardo al riuso, gli alloggi c.a.s.e., essendo stati pensati da subito non come sistemazioni temporanee bensì come edifici duraturi (a maggior ragione essendo antisismici), sono destinati a durare oltre l’uso della popolazione aquilana (auspicabile in dieci anni) e dovranno trovare una destinazione successiva (campus universitari ?). Essi, pertanto, costituiranno una cementificazione permanente di suoli già agricoli (l’estensione complessiva è di oltre 140 ettari, equipollente al centro storico dell’Aquila) e una altrettanto permanente frammentazione del Comunità  urbana aquilana futura.

Riguardo alla capacità e ai tempi di completamento degli alloggi temporanei, in Friuli i lavori di allestimento degli insediamenti di alloggi prefabbricati iniziarono dopo la scossa del 15 settembre e furono portati a compimento nei 7 mesi successivi. Nella primavera del 1977 furono rialloggiati in 20 mila case prefabbricate circa 70mila persone. All’Aquila, la situazione residenziale a gennaio era la seguente: Sfollati assistiti dalla Protezione civile 10.000; assistiti fuori provincia 3.750, in affitto concordato 1.950, in autonoma sistemazione 27.700, negli alloggi c.a.s.e. 13.400, nei Moduli Abitativi Provvisori 4.300. La stima del fabbisogno abitativo, più volte ripetuta nell’estate 2009, ha comunque evidenziato, alla fine dell’anno, un deficit di alloggi, che si sta cercando faticosamente di colmare con i cosiddetti m.a.p., moduli abitativi provvisori, distribuiti “a pioggia” sul territorio.

FL: ritornando alla localizzazione degli alloggi temporanei, immagino però che ci sia differenza fra le soluzioni praticabili a Venzone, Gemona, centri con 10.000 abitanti ciascuno, e all’Aquila con 60.000; più esplicitamente, in un’area molto estesa con piccoli centri fu possibile distribuire gli insediamenti temporanei in prossimità dei centri disastrati, mentre forse non lo era all’Aquila.

Adb: indubbiamente la soluzione è frutto di un mix demografico, territoriale, sociale e politico diverso da caso a caso; essa, pertanto, non è mai ripetibile tal quale. Tuttavia, all’Aquila, alcune scelte “di metodo” o di approccio del Friuli avrebbero potuto essere riproposte, per esempio: limitare la diaspora della popolazione (temporale e territoriale) al minimo indispensabile, predisporre sistemazioni abitative provvisorie il più possibile “vicine” alle residenze originarie; far precedere la pianificazione urbanistica alla fase edilizia; analizzare realisticamente il fabbisogno abitativo e sociale, condividere democraticamente le scelte.

FL: parliamo ora degli interventi nei centri abitati danneggiati. Ho letto che in Friuli per evitare l’abbandono dei centri abitati, anche se gravemente danneggiati, fu dato l’avvio quasi immediato a un’estesa campagna di riparazioni degli edifici, a partire da quelli lievemente danneggiati (molti ripristinati entro 1 anno e in gran parte ripristinati entro 2 anni), poi a quelli gravemente danneggiati (realizzati in gran parte fra i 4 e gli 8 anni) e, infine, a quelli da abbattere e ricostruire (in gran parte realizzati fra i 5 e i 10 anni). Nel dubbio se riparare anche le case gravemente danneggiate oppure abbatterle e ricostruirle la risposta fu che “non si può non riparare” sia per conservare l’ambiente, la cultura, la storia e le tradizioni della gente sia per salvare l’impianto urbanistico e recuperare le infrastrutture di rete.

AdB: sì, in Friuli la legge regionale n. 33, citata sopra, a poco più di due mesi dal terremoto  conteneva già le norme per la perimetrazione dei nuclei urbani distrutti nei quali la ricostruzione avrebbe dovuto successivamente essere attuata con la predisposizione di piani particolareggiati e per l’individuazione, tra le altre, delle aree di deposito temporaneo delle macerie. Benché la consistenza urbanistica e demografica dei comuni terremotati del Friuli fosse estremamente variegata (nessun centro colpito di dimensione superiore a 10mila abitanti), sin dai primi giorni successivi al sisma, col concorso dell’esercito, di volontari, di cittadini, furono attivati gli interventi di raccolta e stoccaggio delle macerie, ripristino delle vie di comunicazione tra un paese e l’altro, e all’interno di ogni singolo centro, demolizione “mirata” di edifici pericolanti, primi interventi di consolidamento e messa in sicurezza degli edifici.

All’Aquila, fin dalle prime ore del 7 aprile 2009, il centro storico di quasi 160 ettari, è stato  blindato con la creazione di Zone Rosse praticamente inaccessibili. Fino a poche settimane fa,  erano state rimosse esclusivamente le macerie che occupavano  le vie di transito di servizio. Tuttora le macerie ingombrano gran parte delle strade, delle piazze dei vicoli, dei portici; la nettezza urbana non viene raccolta; i fabbricati pubblici e privati, tuttora non in sicurezza, continuano a implodere e, a causa delle intemperie invernali, l’aggravamento della statica non risparmia neanche  quelli messi in sicurezza. Allo stato attuale (a un anno dal sisma), con il passaggio delle consegne dal Commissario Bertolaso al Presidente della Regione e al sindaco dell’Aquila, con l’insediamento di una Struttura tecnico-amministrativa “di missione” e con l’affiancamento della struttura tecnica ReLUIS, sono in corso di pubblicazione le linee guida che dovranno fornire il quadro normativo e gestionale del processo della ricostruzione. Nessuna pianificazione ancora sottoposta alla consultazione dei cittadini, tantomeno il loro coinvolgimento nelle scelte che riguardano il loro futuro e le sorti di una città e di un territorio che dovrebbero interessare l’intera nostra Nazione.

FL: tutta l’Italia, in genere, è un grande museo a cielo aperto che è non solamente patrimonio dei Beni Culturali ma, soprattutto, testimonianza della storia locale e catena di collegamento fra  generazioni; in Friuli è nota la ricostruzione totale e tal quale del duomo di Gemona, cosa dire  de L’Aquila?

AdB: in Friuli il lavoro per il recupero dei monumenti danneggiati, per la ricomposizione dei nuclei edilizi di pregio ambientale è cominciato subito attraverso interventi talora “maniacali” di anastilosi, di ricomposizione filologica delle architetture, di rivitalizzazione e rivalutazione dei beni (basti pensare al duomo di Venzone, al centro storico di S.Daniele, al duomo e al centro di Gemona, ecc). In Abruzzo il recupero del patrimonio monumentale è questione che travalica l’ambito e l’interesse nazionale in quanto l’Aquila si situa al 6° posto tra le città italiane per numero e rilevanza di edifici e siti monumentali; al 20 gennaio, secondo una dichiarazione del Ministro per i Beni Culturali, erano stati effettuati 1765 sopralluoghi (1.018 chiese, 688 palazzi, 57 fra castelli, mura, porte, fontane, torri, ecc.) e di questi l’86% era risultato inagibile, 9% agibile con provvedimenti e 1% inagibile solo temporaneamente. Oggi, gran parte di tutto questo giace esposto alle intemperie in attesa di interventi concreti e dell’effettivo aiuto, soprattutto finanziario, da parte dei Governi esteri che lo avevano promesso  in occasione del G8 del luglio 2009.

FL: Ingegnere, coasa farà domenica prossima?

AdB: farò quello che faccio da settimane: prenderò l’auto e andrò all’Aquila, per stare vicino ai miei “ritrovati” concittadini, nella speranza di riaprire qualche pezzetto di città, riconquistandola metro per metro, come in guerra.

(°) Dott. Ing. Franco Ligonzo (direttore scientifico-culturale “il Giornale dell’Ingegnere”), Milano

(*) Dott. Francesco Orifici, aquilano, medico veterinario

(**) Adriano Di Barba, ha trascorso i suoi primi 18 anni di vita all’Aquila. Trasferitosi in Friuli al seguito della famiglia e divenuto ingegnere, ha vissuto l’esperienza umana e professionale del terremoto del 1976. Per oltre 20 anni si è occupato di pianificazione e ricostruzione di zone terremotate, in provincia di Udine e in Basilicata. Dopo il 6 aprile 2009, ha dato vita, insieme ad altri amici migrati dall’Aquila o direttamente colpiti dal terremoto, al blog https://versolaquila.wordpress.com , dove raccoglie e diffonde testimonianze e documenti sulle vicende che riguardano quella città. Vive Roma.

(***) “Ingegneria Sismica” Anno XXVII – N.1- gennaio-marzo 2010:

“Sulle strategie messe in atto dopo il terremoto del Friuli 1976” Duilio Benedetti;

“Analisi critica delle strategie messe in atto dopo il terremoto del Friuli 1976” e “Emergenza e ricostruzione dopo il terremoto: analisi del processo” stralci di due interventi dell’Ing. Chiavola, già Segretario Generale Straordinario per la ricostruzione del Friuli (a cura del Prof. Duilio Benedetti).

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3 Responses to “lettera dall’Aquila, un anno dopo”


  1. 1 daniela 26 aprile 2010 alle 16:05

    non posso far altro che dire grazie per le testimonianze e la partecipazione attiva dell’iNG A.DI BARBA!!!

  2. 2 Giovanni Nonino 27 aprile 2010 alle 01:24

    … e io sono l'”amico friulano”….
    Ricordo con piacere quando ci siamo conosciuti: era il gennaio del 1977. Io operativo sull’area del terremoto già dai primi giorni di giugno del 1976, spinto come molti altri, dalla voglia di essere utile alla comunità friulana terremotata. Lui, giovane ingegnere neo laureato, con la voglia di mettersi alla prova. Avviata l’opera di insediamento dei prefabbricati provvisori in sette o otto Comuni di nostro interesse, sono trascorsi otto mesi dall’evento sismico e si presenta impellente la necessità di pianificare la ricostruzione.
    La fantasia non ci manca la buona volontà nemmeno, le competenze ci sono, o almeno così noi pensiamo, ma siamo giovani e nulla ci fa paura. La pianificazione urbana delle aree edificate devastate dal terremoto si presenta subito complessa per molteplici cause: entità e diffusione del danno, frazionamento del patrimonio immobiliare, ecc.
    Ricordo le lunghe discussioni sul “medoto” e sull’approccio al problema, che avremmo dovuto applicare. Poi la soluzione condivisa e attuata, il riordino delle proprietà, con una parola d’ordine: “Tutti avrebbero dovuto ricostruire nell’area ove prima (Circa) insisteva la propria casa”. facile a dirsi ma difficile da attuarsi anche solo sulla carta.

    Non mi dilungo a raccontare tutta la storia dalla painificazione all’edificazione.

    Ora, le case sono li dove noi le abbiamo pianificate, con le strade le piazze i girdini le scuole le osterie e gli oratori. Spesso mi capita di andare a in qualcuno di quei paesi, allungo un po’ la strada verso le frazioni e vado a verificare se è proprio vero,… Quello che noi abbiamo pensato e pianificato poi si è realizzato… si è proprio vero. Le cose come le CASE non vengono così per caso.
    Alla base di questa ricostruzione c’è stata una grandissima partecipazione che noi abbiamo voluto con ostinazione, sobbarcandoci l’onere di migliaia di ore per illustrare il nostro piano particolareggiato di ricostruzione ad ogni famiglia terremotata. Condividendo le loro aspettative, ascoltando le loro esigenze, coniugando le loro richieste coi i limiti delle nostre possibilità tecniche.
    Il Piano particolareggiato di ricostruzione non passava in Consiglio Comunale se non vie era almeno il 90% dei consensi dei capi famiglia interessati.
    ………………
    Bravo Adriano, non ti sei perso d’animo, vedo che l’impegno profuso in questo sito per cercare di dare una mano a ricostruire l’Aquila, la tua amata città, è totale. Vorrei partecipare con piacere a questa tua iniziativa che mi pare lodevole.
    Concludo con un motto: “Resistere, Resistere, Resistere”.

    • 3 adrianodibarba 27 aprile 2010 alle 08:20

      …. per coloro che, fortunati, non sono “presi” nel crogiolo del cratere dell’Aquila, la parola d’ordine è: “far sapere…”


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