L’Aquila città chiusa

Per colmare lo scarto tra l’archivio e la strada: una giornata sui luoghi del terremoto del 6 aprile 2009
di Wu Ming 2


Lunedì 12 aprile siamo stati a L’Aquila per presentare Altai. L’incontro si doveva tenere nel tendone di Piazza Duomo, ma il freddo e la neve ci hanno dato lo sfratto. La giornata è partita così all’insegna del trasloco e dell’incertezza: un minuscolo assaggio di quanto gli aquilani vivono da mesi. Abbiamo trovato rifugio alle Casematte, nel grande complesso dell’ex ospedale psichiatrico di Collemaggio. Un’area molto vasta, in gran parte inutilizzata, a fortissimo rischio di speculazione edilizia. Dopo il terremoto del 6 aprile, la rete sociale 3e32 ha occupato proprio qui un piccolo stabile, con bar e saletta concerti. Subito a fianco, una casetta di legno fai-da-te ospita il media center e lo spazio riunioni. Ci stipiamo lì dentro e tocca a me iniziare, con uno strano imbarazzo:
– Siamo venuti qui, a raccontarvi una storia, e adesso mi rendo conto che vorrei solo stare zitto e che le parti dovrebbero essere invertite: voi che raccontate e noi che ascoltiamo in silenzio.
Poi rifletto e penso che Enrico ci ha invitato anche per questo: trovarsi un pomeriggio a parlare di un romanzo, per stare insieme e riflettere oltre il terremoto, le macerie e il piano C.a.s.e.
Allora mi dico che Altai è stato spesso un punto di partenza, un’allegoria per discutere di sogni, identità, rivolta e potere. Dunque, anche di questa città e del desiderio di ricostruirla, senza ridurre tutto a una questione edilizia.
Così comincio, parto verso Venezia e Istanbul, anno di grazia 1569, sperando che la macchina del tempo funzioni anche stavolta, e che ci sia abbastanza benzina per un ritorno al futuro.

Due ore e mezza più tardi, al termine dell’incontro, cena in piedi a base di cuscus e rotta sulla casa dove passeremo la notte, un appartamento di lusso, vicino alla Fontana luminosa e alla Fortezza spagnola. L’edificio è uno dei pochi rimasti agibili nel vecchio centro storico, ma la proprietaria se n’è andata lo stesso, ha paura di tornarci, e così l’ha affittato a tre amici rimasti senza un tetto. Sulla parete d’ingresso campeggia un manifesto del film I Soliti Sospetti, ma i cinque volti allineati per il confronto all’americana appartengono ai membri della Commissione Grandi Rischi, che il 31 marzo 2009 rassicurò gli aquilani, dopo mesi di scosse, dicendo che il big one non sarebbe arrivato, che stessero pure a casa tranquilli. Sceneggiatura originale di Guido Bertolaso.

Al calare delle tenebre, aggiriamo le transenne della zona rossa e visitiamo il cuore del disastro. Il centro storico della città è disabitato e buio. Centocinquanta ettari di case deserte, negozi sprangati, ruderi, crepe, macerie. Molti edifici sono tenuti insieme con tiranti, ponteggi e armature di legno. Soprattutto le chiese. Altri sembrano intatti, ma basta sbirciare dalle finestre per vedere i soffitti crollati e le pareti a pezzi. Altri ancora, mi dicono uno su quattro, hanno subito danni minori, e con piccoli interventi li si poteva rimettere in sesto, ma i grandi slogan hanno scavalcato ogni progetto.
Il cielo denso di nubi riflette le luci della vallata e rischiara la scena con toni di grigio. Sembra di stare dentro una foto in bianco e nero di una città bombardata. Dresda, Berlino o Bologna, dopo le incursioni del 1944. Quel che più mi sorprende è la vastità delle rovine. Non ero mai stato a L’Aquila, prima d’ora, e quando sentivo parlare del suo centro storico distrutto, evacuato e chiuso a chiave, pensavo a una zona molto più piccola. Invece camminiamo per una mezz’ora e non se ne vede la fine. Attraversiamo piazze e scavalchiamo detriti, attenti a non farci sorprendere dai soldati che vegliano sul coprifuoco, in fondo alle vie principali. Un branco di cani randagi ci sbarra la strada e ci convince a cambiare direzione. Passiamo di fronte a un bar famoso per i suoi cornetti, a un circolo Arci con un bel cortile, che l’estate doveva essere pieno di tavolini e birre alla spina, e adesso è ingombro di sfasciumi. Qualcuno ci indica la sua casa, spaccata in due, e si domanda se dovranno abbatterla o se si riuscirà a ricostruirla. Sembriamo un gruppo di profughi in visita al loro paese distrutto, dopo decenni di esilio. Invece è passato soltanto un anno, e quando superiamo di nuovo le transenne per andare a dormire, mi illudo di aver visto il volto peggiore della catastrofe.
E invece il peggio deve ancora venire.

Alle otto e mezzo del mattino sento bussare alla porta e la voce di Enrico mi richiama all’ordine. Devo partire all’una per Macerata e ci sono ancora molte cose da vedere e da capire. Apro gli occhi e sul cuscino di fianco al mio c’è Guido Bertolaso, che mi fissa dalla copertina di Potere assoluto, il libro di Manuele Bonaccorsi sulla Protezione Civile. L’ho scovato su uno scaffale e non sono riuscito a chiudere occhio fino alle tre di notte, incollato alle pagine. Poi però ho dormito come un bambino: chiodo scaccia chiodo, incubo scaccia incubo. Una terapia d’urto che piacerebbe molto al dottor Bertolaso.
Il cielo è basso come uno scantinato, umido e grigio. Delle montagne intorno all’Aquila si vedono giusto le caviglie. Saliamo in macchina e ci dirigiamo verso Paganica e Tempera, due frazioni appiccicate in un solo agglomerato di settemila abitanti. Anche qui le vecchie case sono in pezzi, distrutte, puntellate. Anche qui le chiese sembrano aver ricevuto più cure delle abitazioni. Un signore col giornale sotto braccio ci mostra la facciata di un palazzo che pare staccarsi dal resto dell’edificio.
– La crepa si allarga ogni giorno di più – dice – eppure non si decidono ad abbatterlo. Andrà a finire che cascherà sulla casa di fronte e sfascerà anche quella.
Fuori dal paese, dietro la zona industriale di Bazzano, è sorta nel nulla Paganica 2: nove ettari di terreno, dodici palazzine a tre piani, trecentosessanta alloggi. Una delle venti new towns del piano C.a.s.e, i Complessi Antisismici Sostenibili ed Ecocompatibili che hanno permesso a quattordicimila aquilani di passare “dalle tende alle case”, e ad altri trentamila di arrangiarsi tra parenti lontani, moduli provvisori, casupole di legno e alberghi.
– Molti anziani – mi racconta Enrico – abitano da mesi negli hotel di Giulianova e Montesilvano, a cento chilometri da qui. Per la Settimana Santa avevano chiesto una sistemazione, ma non gliel’hanno data, e così alcuni hanno occupato le caserme.
– Le caserme?
– Sì, qualche centinaio di aquilani ci vive ancora. Si sono messi d’accordo e hanno fatto entrare i nonnetti come visitatori giornalieri. Poi, contro il regolamento, gli hanno trovato un letto. Adesso la polizia ha provato a sfrattarli un paio di volte, ma non c’è niente da fare. Non se ne vanno più.
Mi guardo intorno tra il fango, l’asfalto fresco e gli alberelli appena piantati. Tutto molto new, ma niente che faccia pensare a una town. Paganica 2 è lo spirito della tendopoli che si fa calcestruzzo. Un accampamento durevole, fatto per restare negli anni, con tutti i problemi in più legati alla permanenza: rete fognaria, traffico, servizi, rapporti sociali, consumo di territorio. L’eccezione che diventa la regola: uno degli assiomi della politica italiana, ben prima che si cominciasse a parlare di shock economy.
Moltiplica tutto questo per quindici e avrai un’idea di quel che sta nascendo intorno all’Aquila: centotrentanove ettari di periferia spontanea costruiti sull’orlo del vuoto.
Mentre Enrico snocciola le cifre calcolate dagli urbanisti del Comitatus Aquilanus, un camion di frutta e verdura si infila nei vialoni della new town. Dagli altoparlanti montati sull’abitacolo, la voce del guidatore declama prezzi e virtù della sua mercanzia. Forse un anno fa la stessa voce si alzava tra le bancarelle di Piazza Duomo, o sulla soglia di una bottega del centro. Oggi oltre ottocento commercianti devono arrangiarsi così, se ne hanno la forza: sulle strade, con le bancarelle, o nei pochi spazi ricavati dentro i centri sportivi e i capannoni industriali. Hanno ricevuto ottocento euro di cassa integrazione per i primi tre mesi, poi più niente.

Risaliamo in auto e ci spostiamo nel traffico impazzito fino al paese simbolo della catastrofe.
Anche da lontano, Onna ti appare come un grumo di pietre in mezzo all’erba scura. “Il paese che non c’è più” è davvero sparito, gli edifici rimasti in piedi si contano sulle dita di una mano. I superstiti vivono di fronte alle macerie, nelle case di legno finanziate dalle Croce Rossa e fatte costruire dalla Provincia di Trento. Un piccolo villaggio in stile scandinavo, tirato a lucido, con le aiuole già verdi e i sentieri di ghiaia. Niente a che vedere con le palazzine di Paganica 2 e del piano C.a.s.e., anche se Bruno Vespa ha fatto di tutto per presentare i due progetti come se fossero lo stesso. Il dottor Bertolaso ha dichiarato che anche queste sono case durevoli, fatte per garantire un futuro alla gente di Onna. Ma la vera garanzia di futuro sta proprio nel loro essere provvisorie: alloggi che un domani si potranno smontare, a differenza dei Complessi Antisismici Sostenibili (?) ed Ecocompatibili (?).
– Prima o poi – mi spiega ancora Enrico – gli abitanti delle C.a.s.e verranno messi di fronte a un’alternativa: sistemare i loro appartamenti danneggiati oppure tenersi i nuovi in cambio dei vecchi. Molti sceglieranno la seconda soluzione, e il centro dell’Aquila resterà in mano agli speculatori.
Non si uccide così anche una città?
, si domanda il Comitatus Aquilanus nel suo dossier sul terremoto. La risposta, purtroppo, non può che essere affermativa. E l’arma del delitto è la stessa che in ogni angolo della Penisola cancella il paesaggio e avvelena il territorio. La necessità di dare un ricovero agli sfollati è stata sfruttata come pretesto per spargere cemento e far crescere il PIL di un punto percentuale. Speculazione travestita da carità: la logica del colonialismo non appesta soltanto il Sud del Mondo.

A qualche centinaio di metri da quel che resta di Onna, poco prima di scavalcare l’Aterno, Enrico mi indica il solco lasciato nella terra dallo slittamento della faglia, l’epicentro del sisma. Eppure, appena sull’altra riva del fiume, il paesino di Monticchio ha subito pochi danni, e guarda ancora la valle abbarbicato alla sua collinetta. Le faglie si comportano in modo strano, è risaputo. Quella che passa sotto alla contrada Pettino, per esempio, scatenò il terremoto del 1703 e distrusse la città. Il 6 aprile, invece, ha deciso di stare ferma. In caso contrario, il bilancio delle vittime sarebbe stato molto più grave. Dalla metà degli anni Settanta, infatti, Pettino è il polmone di cemento dell’Aquila, la sua periferia più vasta e popolosa, ma quando scendiamo dall’auto troviamo un quartiere in abbandono. Edifici moderni, costruiti su una zona ad alto rischio sismico, si sono inclinati, spaccati, aperti come lattine. Vedo un palazzo che sembra intatto, ma Enrico mi fa notare che s’è abbassato di un piano, e per fortuna che sotto erano tutti garage. Qui non è come nel centro storico, non si può dare la colpa alle architetture medievali. Qui i colpevoli hanno nomi e cognomi ben precisi, a partire da chi firmò la concessione per edificare in questa zona, con la scusa che l’Aquila doveva crescere e non poteva farlo in nessun’altra direzione, per via delle montagne.
Qualcuno si aggira tra le case per fare fotografie, stime, controlli. Ma non c’è l’ombra di un cantiere e i palazzi non sono nemmeno puntellati. D’altra parte, chi mai ci vorrà tornare, a vivere sulla faglia? Anche a Pettino il verbo ricostruire si coniuga soltanto all’infinito futuro.

Torniamo in centro, per fare una passeggiata lungo il corso principale, una delle poche strade accessibili, per quanto ingombra di jeep militari, vetture della polizia, camion dei pompieri e scavatrici. Le vie laterali sono tutte bloccate con le solite transenne, ma Enrico vuole farmi vedere casa sua, e allora ci infiliamo in un pertugio tra la grata di ferro e il muro. Subito ci viene incontro un tizio e si sbraccia nervoso.
– Mbé, che fate? Qua non si può stare, tornate indietro.
Enrico spiega che poco più avanti c’è casa sua, ma il tizio ribatte che è pericoloso, se ci pigliamo una pietra in testa ci vanno di mezzo lui e la sua impresa edile.
– Guardi, – gli fa Enrico – io sono un architetto. Faccio i rilievi per il comune e sono pure una guida alpina. Non vado a prendermi una pietra in testa, voglio soltanto…
Il tizio sfodera il cellulare, minaccia di chiamare la polizia e dopo nemmeno cinque secondi è già in contatto con una volante, per denunciare la nostra incursione.
Giriamo i tacchi e ce ne andiamo a passo lento, mentre io penso che è passato un anno e migliaia di aquilani non possono nemmeno vedere la propria casa.
Nel frattempo s’è fatta l’ora di mangiare ed Enrico ha in mente un alimentari che forse ha riaperto, proprio in fondo al corso. Andando a piedi sarebbero poche centinaia di metri, ma la strada è libera solo per un tratto, poi ci sono i soldati che chiedono di esibire il pass, come a un check point israeliano, e allora dobbiamo tornare alla macchina, infilarci di nuovo nel traffico, fare tutta la circonvallazione e scoprire che il posto è ancora chiuso.
Enrico ci resta male: ogni locale del centro storico che riapre i battenti è una piccola festa , per chi non vuole rassegnarsi all’assassinio della città.
Finiamo a mangiare i panini di un altro alimentari, subito fuori le mura, e poi un caffè veloce in un bar anonimo, fitto di manovali impolverati e slot machine. Anche l’azzardo di Stato, secondo il Decreto Abruzzo, contribuirà alla ricostruzione dell’Aquila.
Alla stazione di Collemaggio salgo sulla corriera per Teramo e Giulianova promettendo a Enrico di risentirci spesso.
Ieri sera, qualcuno diceva che la disgrazia andrebbe trasformata in un’occasione, una chance irripetibile per partecipare, incontrarsi, proporre idee e progetti di città.
Qualcun altro rispondeva che certe idee non ti vengono, se devi pensare giorno e notte a come lavorerai, dove abiterai, dove manderai a scuola i tuoi figli.

Tutti, comunque, si sono trovati d’accordo su un fatto: l’Aquila è diventata una città molto interessante. Una maledizione che sembra destinata a durare, almeno quanto le palazzine del piano C.a.s.e.

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1 Response to “L’Aquila città chiusa”


  1. 1 antigua 24 aprile 2010 alle 15:33

    in un vicolo del centro, lontano da percorsi consentiti, aveva abitato Gilberto
    peccato averlo dimenticato


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