l’esilio dei terremotati aquilani

di Maria Cattini, su “ilCapoluogo” 22/04/2010

Ogni volta che mi allontano dall’Aquila si presentano alla mia vista delle immagini che sensibilizzano l’animo e fanno provare una stretta fortissima al cuore. Per qualche attimo provo la sensazione che tutto si fermi, pensieri ed azioni, riflessioni e considerazioni, nel vedere delle persone sole che vagano per le vie, per i sentieri, per le spiagge, senza nessuna meta.

In un attimo realizzo come questi individui siano aquilani, allontanati per scelta o per necessità dalle proprie radici, dalle residenze, dagli affetti personali. Non mi sono mai sbagliata nell’individuarli. È bastato un cenno di saluto, un piccolo sorriso per intavolare un discorso per ascoltare il racconto di quella triste notte del 6 aprile 2009. Una base sismica comune, ma con mille particolari, uno diverso dall’altro.

La sensazione che si percepisce è quella della malinconia, della tristezza, della inquietudine per essere stati abbandonati, discriminati nell’assegnazione delle case di legno. Non si lamentano per l’accoglienza ricevuta, anzi la esaltano e la elogiano con decisione. Ciò non toglie che si sentano quasi esiliati perché lontani dai punti di riferimento abituali. La maggior parte sono avanti negli anni, molti sono single ed altri, per paura, hanno scelto di rimanere lontani, preferendo fare i pendolari per ragioni di lavoro, ma lasciando il resto della famiglia al sicuro, lontana dalle insidie del cratere sismico.

Della loro solitudine si lamentano, si rammaricano, ma non inveiscono contro nessuno e questi atteggiamenti rendono i nostri concittadini ancora più civili e dignitosi. Hanno nella mente e nel cuore un solo pensiero: il ritorno a casa, fra parenti ed amici, anche se le famiglie sono state duramente colpite negli affetti più cari.

Qualcuno di essi conduce per mano il proprio nipotino ed elude diplomaticamente le insistenti domande del bambino che vuole tornare a tutti i costi a casa, all’asilo, tra i propri compagni di gioco, nel proprio ambiente. Ogni giorno le scuse variano. Ogni giorno, con tanta tristezza nel cuore che inumidisce gli occhi, bisogna inventare delle nuove storie per distogliere le attenzioni e i desideri dei bambini che amareggiano interiormente gli “esiliati”, soprattutto perché non sono in condizione di poterli esaudire.

Questi avvenimenti, le figure di queste persone anziane, piegate dal dolore degli avvenimenti, ma non sconfitte nell’orgoglio e nella fierezza degli abruzzesi, mi fanno tornare alla mente alcuni versi di Giovanni Berchet: “Per entro i fitti popoli,/ lungo i deserti calli,/ sul monte aspro di geli,/ nelle inverdite valli,/ infra le nebbie assidue,/ sotto gli azzurri cieli,/ dove che venga, l’Esule/ sempre ha la patria in cor”.

In questi pochi versi è racchiusa tutta l’inquietudine, tutta l’ansia e tutte le aspettative dei nostri “esuli”. È un vero e proprio problema sociale che impone di trovare delle adeguate soluzioni con la massima urgenza che il caso richiede. Alcuni di essi cominciano a manifestare aspetti dissociativi, altri si sentono depressi, altri abbandonati dalle istituzioni e dalla solidarietà dei propri concittadini, ai quali è stata data una decente ed adeguata sistemazione. Molti, al cospetto di queste considerazioni, manifestano, con insistenza, di voler trovare una nuova sistemazione nelle località che li hanno accolti con calore, rispetto, considerazione umana, favorendone l’inserimento nel tessuto sociale cittadino.

E, così, la nostra città diventerà demograficamente, socialmente e culturalmente sempre più povera, sempre più piccola, con tutte le conseguenze prevedibili ed immaginabili. Forse, sarà il caso che le istituzioni e gli stessi cittadini prendano concretamente atto della situazione, adoperandosi in ogni modo affinché gli “esuli” possano dignitosamente rientrare in “Patria” al più presto possibile.

Annunci

1 Response to “l’esilio dei terremotati aquilani”


  1. 1 lunar 24 aprile 2010 alle 15:34

    Sull’esilio degli anziani. Eravamo ancora sulla costa quando è emerso, chiaro ed immediato, il criterio di selezione adottato per restare in città: solo la fascia “produttiva” aveva questo diritto. I vecchi, improduttivi e passivi, in albergo, al mare. Non c’è polemica in quello che dico: non avrei saputo proporre un’alternativa. Ma, come Maria, fui immediatamente vinta e quasi schiacciata dall’evidenza dell’esilio dei “grandi vecchi”. E la prima reazione fu di incredulità. Solo nei libri di fantascienza una società non concede ai suoi vecchi e di morire nella loro terra. La memoria (io che non ne ho mai avuta granché) mi recitava interi passi del “De senentute”. Ce n’era uno bello, quello in cui Cicerone crea la metafora della nave: la vita sociale è come un viaggio in una nave, vedi alcuni salire sugli alberi, altri andare correndo per le corsie, altri vuotare la sentina. Chi afferma che la vecchiaia deve essere esclusa dalla vita pubblica, è come se dicesse che nella navigazione il pilota non fa nulla. E invece, la barra in mano, seduto quieto a poppa, tiene la rotta. La città distrutta brulica di formiche impazzite, senza la testa dei “grandi vecchi”, che con il solo loro essere presenti, con il semplice stare, fanno il loro lavoro. In tanti hanno scelto di non lasciarsi portare via. “La baracca nell’orto, io da qui non mi muovo”. In tanti, più fragili, più sconvolti dal boato, si sono fatti deportare, rassegnati. Alberghi come ospizi. Passeggiano al mare, e i loro occhi cercano i monti. Quel sole e quell’umido, poi, i nostri vecchi non lo sopportano. So di alcuni che hanno chiesto di avere una stella alpina sul comodino. Come raggiungere questi nostri anziani in esilio? Come far arrivare da qui forte e chiaro che non li abbandoniamo? Dobbiamo dire che resistano, dobbiamo dire di tenere duro. Dire di aspettare, di essere forti… E che cosa aggiungere per quelli che non ce l’hanno fatta, che hanno ceduto prima, in preda al dolore della lontananza e alla paura dell’abbandono. Si sono ammalati, e in tanti, tantissimi, da un giorno all’altro hanno smesso di mangiare, hanno chiuso la bocca. Sono da annoverare tra le vittime del sisma, che invece, ufficialmente, resteranno sempre 300.


Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...




foto Yar Man, nov 2012

L’Aquila in diretta

webcam da www.MeteoAQuilano.it
da www.caputfrigoris.it

il sismografo di Massimo

che sia sempre "piatto" e giallo ! immagine "on-line" da http://www.laquilaemotion.it/sismografo/laquilaemotion/sismotion.html

Archivio post

Massimo Giuliani: “Il primo terremoto di Internet” (libro o e-book)



:: Acquista il libro di carta su Amazon
:: Acquista l'ebook su Amazon
:: Se non hai Kindle, nessun problema: clicca qui per sapere come leggere l'ebook.

Blog Stats

  • 153,183 hits

%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: