ricostruire la città e i suoi cittadini

di Walter Cavalieri

Sono stato contrario fin dall’inizio allo slogan “ricostruire dov’era e com’era” perché detesto la retorica e ricordo che il 5 aprile la nostra non era affatto la bellissima città di cui oggi si favoleggia… In questo senso non rimpiango affatto la cartolina delle strade intasate, dei parchi sporchi e dei monumenti mal tenuti, delle opere incompiute, della mentalità ristretta di tanti abitanti incapaci di iniziativa perché pasciuti da una economia in gran parte parassitaria.
Questa città, già morente ben prima del terremoto, ha avuto almeno la fortuna di imbattersi in un servizio di protezione civile veloce ed efficiente, sul quale c’è ben poco da recriminare.
Ma adesso siamo nella fase successiva, quella della ricostruzione della Città, che io auspico “dov’era” ma non “com’era”. Perchè se è vero che lo spazio diventa luogo quando ospita una rete di relazioni umane, si tratta di andare oltre il semplice abitare per progettare la complessità del vivere. Il che significa dotare di servizi collettivi le C.A.S.E. nate dall’emergenza, di integrare le new towns con le preesistenze abitative, di ripensare il centro storico dell’Aquila e dei paesi circostanti.
A proposito del centro storico dell’Aquila (il sesto in Italia per estensione) si tratta certo di preservare i circa 300 beni architettonici vincolati, di salvaguardare l’antica forma urbana, ma anche di progettare i molti vuoti che risulteranno dalle demolizioni, abbandonando l’ossessione dei “pieni” tanto cari ai costruttori. Si tratterà altresì di far convivere talvolta architetture antiche e ultramoderne, e di decentrare tutte quelle funzioni non essenziali che in precedenza strangolavano il centro.
Io penso quindi ad una città-territorio multipolare nella residenza e nei servizi, che rilasci tutto ciò che aveva caparbiamente accentrato. In definitiva penso a una Città molto diversa, che da un centro di rappresentanza pedonalizzato e cablato si estenda fino alle nuove mura da individuarsi con la cinta montuosa della vallata, che sfrutti (come una sorta di Central Park) la risorsa della fascia fluviale , che diffonda nel territorio funzioni e servizi in un’ottica democratica che offra a tutti i cittadini (centro, quartieri, C.A.S.E., paesi) le stesse opportunità. Il tutto senza dimenticare come sia nata nel Duecento questa città di fondazione voluta dagli 84 “castella” dell’antico Comitatus.
Questa è solo una delle possibili “visions” della città da ri-costruire, ma ve ne sono sicuramente delle altre, alcune sicuramente peggiorative rispetto al pre-sisma, perché dettate unicamente da intenti speculativi. Su questo tema manca a tutt’oggi un dibattito adeguato. Eppure la posta in gioco è molto alta, se non altro perchè la bellezza di una città resta la traduzione estetica dell’eticità. E una città brutta la dice lunga sulla qualità dei suoi abitanti…

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