cosa fare dopo il terremoto?

Cosa fare in città come L’Aquila dopo il terremoto?

di Paolo Marconi *   da http://www.ilcovile.it

Se non è fatta di pietre o di mattoni che si possano toccare, se non varia con le sue ombre sotto la luce, se non restituisce all’orecchio l’eco dei passi del visitatore, se non è abitata dagli uomini, se è infine raffigurata l’Architettura non è completamente percepibile ai sensi così come non sarebbe percepibile la musica, se si limitasse ad essere scritta sugli spartiti cartacei.
Se poi l’architettura reale si trasformasse in ‘rovina’ a causa di un crollo e così venisse conservata (con gli attributi che l’accompagnano: edere e muschi, ossature rovinate e cadenti), diverrebbe la metafora più diretta dello scheletro umano, e dunque il simbolo universale della morte e dell’oblio, caro all’estetica romantica.
Per questi motivi, gli uomini hanno spesso preferito riprodurre l’Architettura “com’era, dov’era” — sempre che ne valesse la pena sotto l’aspetto psicologico e culturale e sotto quello economico ed ambientale — ricorrendo a materiali edilizi, a tipi ed a tecniche edilizie analoghe alle preesistenti, onde ripristinare la realtà materiale di quell’Architettura, seguendo una tradizione che esiste almeno da quando civiltà deriva da civilitas, e questa da civitas, ‘collettività di cittadini’.

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A ben vedere tali ripristini — se sono occasionati dalla guerra — hanno il significato simbolico di riparazione all’aggressione sadica subita

Ma i terremoti sono affini alla guerra nell’immaginario collettivo, e dunque richiedono anch’essi un cerimoniale di rimozione collettiva dell’evento tragico subito che esprima la volontà di restituire, ad un’architettura sentita come patrimonio collettivo ed alla cornice urbana che la ospita, una realtà corporea senza la quale sarebbe, come detto all’inizio, un fantasma cartaceo. Una ‘regressione’, certo, ma costruttiva: da quel sentimento di carenza profonda, da quella necessità di perpetuare la memoria di alcuni contesti urbani e di alcune costruzioni grazie alle loro repliche materiali è nata la consuetudine universale del restauro architettonico.

Non siamo i soli a subire una simile ‘regressione’, infatti: i Paesi orientali la coltivano addirittura con cerimoniali sacri: i santuari del complesso di Ise in Giappone vengono smantellati e ricostruiti identici una volta ogni vent’anni dal momento che il tempo e i terremoti ne offuscano la bellezza, e siamo alla sessantunesima ricostruzione. Man mano che ci si sposta verso l’Occidente, la spinta psicologica al ‘restauro integrale’ non viene meno, e si vadano a vedere le magnifiche ricostruzioni della Cattedrale di Montecassino, della Frauenkirche di Dresda o del Ponte di Mostar demoliti dalla guerra, o quella della Cattedrale di Messina demolita dal terremoto nel 1908 e ricostruita negli anni 1919-29 (2). Non è solo un vago ‘sentimento’, infatti, quello del quale parlavamo: lo stesso ‘spaesamento’ (da paese, con s sottrattivo) lo proveremmo se qualcuno ci parlasse senza preavviso in una lingua diversa dalla nostra lingua materna.

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Nelle città terremotate o distrutte dalla guerra (andate a Varsavia, o a Vilnius in Lituania, distrutte e ricostruite dopo l’ultima Guerra mondiale), possiamo ed anzi dobbiamo ricostruire gli edifici più prestigiosi e più cari agli abitanti, cercando tuttavia di rimediare ad eventuali errori tecnici di costruzione indotti soprattutto dalla povertà nella realizzazione di quegli edifici. Ad esempio, nella Città dell’Aquila occorre esaminare bene la pristina consistenza materiale degli edifici distrutti o fortemente lesionati dal terremoto, prima di ricostruirli com’erano, dov’erano, tenendo conto di una considerazione semplice come l’acqua: essi crollarono specie se furono costruiti o ricostruiti con mezzi poveri, specie dopo il terremoto del 1703, e tali mezzi, purtroppo, consistevano — per le costruzioni borghesi (borghese era l’abitante che avesse conseguito il privilegio di vivere entro il Borgo murato, anche se non fosse ricco come i patrizi) — in pietre piccole o ciottoli di fiume di natura tufacea, spesso legati col fango vegetale (humus diluito con acqua) anziché argilloso. Piuttosto che con la calce ricavata dalla cottura di pietre calcaree o di marmi mescolata alla pozzolana, grazie alla quale ultima miscela gli edifici di grande qualità dell’Antichità sono sopravissuti fino a oggi.
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Guarda caso, alla stessa domanda del titolo: “Cosa fare in Città come l’Aquila distrutte dal terremoto?”, Renzo Piano, Archistar italiana di livello internazionale, ha risposto: Vanno ricostruite o restaurate dove sono: non ha alcun senso fare altrimenti…”. “Mattoni o cemento armato?”, ha chiesto l’intervistatore, e Renzo Piano ha risposto: Meglio il legno. Che è un materiale leggero, flessibile, riciclabile, rinnovabile, sicuro. Si tagliano gli alberi e se ne piantano tre volte tanti… Si lavora, insomma, sulla natura. Meglio dimenticarsi del cemento armato che rende tutto meno elastico e più vulnerabile…”. Roberto Cecchi, Direttore Generale per i Beni Architettonici e Paesaggistici del Ministero per i Beni Culturali, ha risposto: “Si può scegliere ad esempio di ricostruire esattamente l’originario come è avvenuto, sempre dopo un terremoto, per il Duomo di Venzone, in Friuli, dove però avevamo una documentazione estremamente precisa. Oppure si può fare come a Noto, dove si è lavorato integrando vecchio e nuovo. O ancora, si può agire ‘per ricuciture’, insomma sanando le ferite…”. C’è comunque una cosa che non deve assolutamente essere fatta, egli ha soggiunto: gli interventi di consolidamento degli edifici con calcestruzzo armato, che fanno più danni che altro, basta vedere quello che è successo in questo terremoto (6). Due interviste autorevoli, un’intenzione sola: ricostruire ‘com’era, dov’era’ la bellissima e venerabile città de L’Aquila, ricorrendo a materiali e tecniche tradizionali.
Tanto di cappello a Renzo Piano, definibile Archistar senza alcun sarcasmo: egli è l’erede di un’Impresa costruttrice ed è responsabile di ogni edificio che esca dal suo Studio anche a livello tecnico e costruttivo, come ha dimostrato fin’ora in tutto il mondo. Come tale, egli conosce bene la muratura ed il legname da costruzione come lo conoscevano i propri antenati costruttori, ed è autorizzato a dirne meraviglie. Il Direttore Generale è meno esperto di Renzo Piano in faccende tecniche, sebbene assai avvertito sul piano culturale: egli menziona l’anastilosi ‘archeologica’ della Cattedrale di Venzone — per la quale furono impiegati rilievi di grande precisione già esistenti, eseguiti manco a dirlo dagli Austriaci — parlandone come se tali rilievi fossero stati davvero indispensabili per tale opera, realizzata a suo tempo in ottima pietra da splendide maestranze e rovinata solo in parte lasciando a terra molti elementi facilmente ricollocabili. Ma menziona anche la ricostruzione della Cattedrale di Noto — della quale chi scrive fu consulente assieme a Luciano Marchetti, chiamati da Vittorio Sgarbi, affermando che in essa “fu integrato vecchio e nuovo”. Il lettore saprà che la Cattedrale di Noto, crollata in parte a causa di un terremoto negli anni ‘90-’96, fu ‘gemellata’ con la Franuenkirche di Dresda nel 1996, alla presenza anche di chi vi scrive. Essa fu ricostruita contemporaneamente alla cattedrale della ‘Firenze del Nord’ distrutta da un bombardamento inglese del 1945 — ma ricostruita negli anni ‘90 su finanziamenti in gran parte procurati dai suoi demolitori — ricorrendo alle moderne tecnologie cantieristiche, ma con materiali e modalità figurative identiche a quelle precedenti. La Cattedrale di Noto fu ricostruita ‘a furor di popolo’ (7), ed all’inaugurazione avvenuta il 26 maggio 2007 fu presente il Presidente del Consiglio Prodi e Cardinali e Vescovi di tutt’Italia, ma ne parlarono solo i giornali locali, dal momento che allora il nostro Ministero ai BB.CC. era ancora contrario al ‘com’era, dov’era’, in ossequio della Carta di Venezia del 1964.
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In quanto però alle ‘ricuciture per sanare le ferite’, va detto che la cupola della Chiesa delle Anime Sante all’Aquila già menzionata è crollata proprio a causa di alcune recentissime ‘ricuciture’ effettuate nel 2006, le quali hanno iniettato cemento liquido nei muri (nel gergo ingegneresco, queste sono le ricuciture, le quali peraltro non possono sapere dove tale liquido s’infiltra, dal momento che è impossibile saperlo) ed a ‘rinforzare’ la cupola del Valadier con una ‘cappa’ di acciaio e cemento la quale non solo non ha impedito il crollo, ma probabilmente lo ha causato, dal momento che tale materiale pesa almeno tre volte più del legno ed è molto meno flessibile. E dunque sarebbe bastato, nel corso dei recenti restauri, sostituire le tre cerchiature di legno del 1805 che contenevano la cupola, le quali, pur sopravissute al terremoto del 1915, si sono slegate tra loro a causa della povertà con la quale furono realizzate, come si vede benissimo dalle fotografie Ansa del dopo-terremoto.

Ed anche a causa del fatto che — evidentemente — i progettisti e Direttori degli ultimi lavori le avevano bellamente ignorate, sicuri com’erano delle loro pessime abitudini tecniche, imperniare sull’uso esclusivo delle ‘ricuciture’ e delle ‘cappe’ in cemento armato. Anche in tal caso, dunque, dietro al terremoto dell’Aquila vi è da sospettare della competenza e dell’onestà delle imprese costruttrici ottocentesche che non legarono tra loro efficientemente le tre cerchiature progettate dal povero Valadier (distante dal cantiere aquilano ben tre giorni a dorso di mulo) nonché delle tecnologie di ‘ultima generazione’.

Si deduce tuttavia dalle interviste sopra riportate che un’Archistar di notevole spessore culturale come Renzo Piano e la massima Autorità delle Tutela, Roberto Cecchi, sono convinti che gli ‘architetti moderni’ foggiati cent’anni fa dalle profezie di Sant’Elia (“[…] i caratteri fondamentali dell’Architettura futurista saranno la caducità e la transitorietà […] le case dureranno meno di noi. Ogni generazione dovrà fabbricarsi la sua città, […] questo costante rinnovamento dell’ambiente architettonico contribuirà alla vittoria del “Futurismo” […] pel quale lottiamo senza tregua contro la vigliaccheria passatista) non sono necessarisono anzi pericolosamente incompetenti — per tale genere di operazioni. Gli architetti moderni infatti non sono affatto preparati a ricostruire i centri storici devastati dai terremoti, dal momento che essi s’iscrivono a migliaia alle Facoltà di Architettura italiane (circa 140.000 iscritti all’Ordine Nazionale degli Architetti) con la speranza di divenire simili a Gehry, a Meier, a Fuxas, a Piano, piuttosto che cimentarsi in opere che costringano alla ‘vigliaccheria passatista’ menzionata dai nonni futuristi.
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Ma gli architetti che escono dalle ben 26 Facoltà di Architettura fondate dopo il 1921/22 e sparpagliate oggi in Italia (in concorrenza con le 22 Facoltà di Ingegneria ed Architettura) vengono appena (forse) preparati a progettare l’edilizia sparsa nelle nostre campagne e nelle nostre periferie guastandone la residua bellezza (impiegando un proletariato operaio ormai privo di qualità) e dunque non sono in grado di progettare il recupero della bellezza di una città come l’Aquila, unica per il suo messaggio storico ed estetico. Oppure sarebbero in grado — sempre che trovassero lo sponsor adatto e ne avessero le necessarie capacità poetiche (e dunque forse uno su diecimila) — di far costruire agli Ingegneri oggetti mirabolanti di design, realizzati in periferia con materiali ‘moderni’ ad alto consumo energetico e di breve durata come il Museo di Bilbao. Ma non saprebbero neppure da dove incominciare per ‘leggere’, interpretare ed eventualmente ricostruire per parti una città antica, come non saprebbe leggere e tanto meno correggere ed implementare (“emendare”, dicono i Filologi) un testo lacero scritto in latino antico o medievale chi conoscesse solo l’italiano odierno.
Oggi è venuto piuttosto il momento di dichiarare ‘vigliaccheria’ quella di chi vuole e sa progettare esclusivamente il ‘moderno’: è o non è un’opera sacrosanta quella che consiste nell’esercitare la filologia architettonica sui testi venerabili delle nostra città e Borghi antichi, piuttosto che dedicarsi alla ‘scrittura creativa’ che consiste nell’usare solo il linguaggio odierno per chissà quali ‘istorie’ attuali?
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Dobbiamo convincerci, dunque, che se gli Architetti volessero essere ‘eroici’ anziché vigliacchi, dovrebbero cimentarsi, piuttosto che col sedicente ‘linguaggio moderno’, con la ricostruzione dei centri urbani abbandonati o terremotati: ecco un argomento di studio e di meditazione al quale chi scrive ha contribuito assai negli ultimi vent’anni non solo con la Direzione scientifica dei Manuali del Recupero di Roma (due edizioni) e di Palermo e con la sua didattica nazionale ed internazionale ma anche con la propria professione di architetto-restauratore (non di architetto-conservatore, vi prego!) che va da Alcamo, a Palermo, a Trapani in Sicilia, al Belice, a Roma, a Torino, a Vicenza e dintorni. Una professione che gli è costata e gli costa molta fatica ma anche grandi soddisfazioni, se per un medico degno di questo nome è una grande soddisfazione aver prolungato la vita attiva ai pazienti sottoposti alle proprie cure.

Paolo Marconi * Professore Emerito di Restauro dei monumenti presso la facoltà di architettura dell’Università degli studi Roma Tre

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