l’illusione “new town”

di Pier Luigi Cervellati , 8 aprile 2010, su Eddyburg

Ricostruire una casa o un palazzo, anche se sono storici è abbastanza facile. Bisogna conoscere le regole e i sistemi costruttivi. Si è sempre fatto: dopo le catastrofi; quando si vuole trasformare una casa in palazzo o in un altro fabbricato più grande, più solido e una volta, si diceva, più bello. Poi sempre più spesso la ricostruzione è servita per fare maggiori guadagni.

Ricostruire una città è invece molto, ma molto difficile. Quasi impossibile. Quando una città diventa macerie e rovine, ci si illude di poterla ricostruire facendone (come si è deciso di fare all´Aquila) una nuova.

Nuove saranno le case, magari bellissime, spaziose, ma la città non c´è; si è solo allargata la periferia. Periferia che disperdendosi nel territorio cancella la città, come appunto nel caso dell´Aquila dopo il terremoto dell´anno scorso. Si è fatto tanto, ma la città non è stata restituita ai suoi abitanti e chissà quando lo sarà. Una città non è fatta solo di case e di abitanti. La città rappresenta una comunità. Con i suoi “valori”, la sua memoria, le sue tradizioni, la sua identità. Il suo futuro. C´è solidarietà e conflittualità. C´è “vita”, come direbbe un antropologo saggio e un poco retorico.

La città è un bene comune. Appartiene alla collettività. La casa è di chi la abita. Se la città finisce di essere tale perché si pensa di migliorarla con una “new town” non c´è ricostruzione possibile. La ricostruzione di case e chiese, palazzi e monumenti, strade e piazze per restituire la città come bene comune, dev´essere prioritaria, perché la città è prima di ogni altra cosa storia e cultura, lavoro e natura di chi ci vive.

Dispersa nella campagna la città non esiste più. Non confondiamo e non solo all´Aquila, la periferia, lo “sprawl” urbano (vale a dire la dispersione delle abitazioni), per città. Neppure barattiamo le new town quale esempio di moderna ricostruzione. Prima ancora che le new town riescano a diventare città saranno vecchie e obsolete. E da demolire. Forse allora si riuscirà a restituire-ricostruire la città: ricostruire i suoi rapporti e quel senso di civile responsabilità che la dispersione periferica dell´urbanizzato ha distrutto.

Gli esempi stranieri, anche quando si riferiscono a grandi metropoli, vanno in una direzione diversa, se non opposta. Negli ultimi cinquant´anni Los Angeles, Chicago, Tokyo si sono ricostruite su sé stesse. Un identico fenomeno ha investito le grandi città cinesi. Gli abitanti sono cresciuti a dismisura, in qualche caso sono triplicati in un numero limitato di decenni. Ma, appunto, la ricostruzione è avvenuta sul già costruito e così i nuovi organismi, pur completamente cambiati, hanno mantenuto la stessa struttura. Per esempio, Tokyo è rimasta una città di città. In parte anche Los Angeles ha riprodotto il proprio sistema formativo.

Da noi è avvenuto il contrario. Dal centro della città si sono staccate le periferie, che sono rimaste corpi separati. Periferie c´erano anche a L´Aquila. E, prima delle periferie, c´era una sistema fondato su un centro molto prestigioso e su alcune decine di frazioni.Con le new town non c´è nessuna ricostruzione, ma solo la costruzione di una città fatta solo di periferie. Il resto sono macerie.

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