la formula

(22 x r + X)

di Marianna De Lellis

Nelle ultime settimane mi sono trovata spesso a fare una domanda: ma come ci vedete voi da fuori?
E’ la domanda che ho posto a chi non è di qui ed è passato al bar dove lavoro dopo un tour lungo il ‘belvedere’ del corso aperto, a persone più o meno conoscenti e amici transistati da queste parti, a giornalisti e reporter, a chiunque mi sia capitato a tiro.
Forse perché mi sento lontana dal resto del mondo, forse perché questo ‘nostro’ è diventato un mondo, forse perché voglio capire a cosa sta portando il ‘nostro’ sacrificio di vivere una vita pubblica, se almeno abbia un senso.
Ho passato mesi a tentare di raccontare e diffondere le informazioni per compensare le voci mediatiche e spessissimo bugiarde o comunque non vere, a tentare di spiegare che quello che si stava compiendo qui era uno scempio sotto tanti punti di vista, secondo me un atto di colonizzazione, e delle peggiori: una versione post-moderna della conquista dell’Africa a suon di collanine e fucili, qui fatti di acronimi e promesse e sconti vari. Non ho ottenuto un gran successo, non ho usato le parole giuste forse, ho fatto tutto troppo sotto voce, o forse tutto appariva troppo impossibile per risultare credibile. Ma come me, nessuno dei tanti che hanno tentato è riuscito davvero a sfondare la cortina di pregiudizio che ha avvolto la città e i suoi (dis)abitanti. Pregiudizio sia nel bene che nel male, persino la pietà è stata pregiudiziale.
C’è voluto tempo, troppo, visto che nel frattempo qui le ditte al lavoro per le new town lavoravano “h24”, come è andato di voga dire, e il commissario delegato capo della protezione civile dott. Bertolaso emetteva ordinanze a effetto immediato con la stessa velocità con cui mia nonna sbaccellava i piselli freschi; c’è voluto che le intercettazioni telefoniche calassero qualche maschera e la situazione aquilana aprisse varchi di propaganda (direttamente o indirettamente) anche per “gli altri” oltre che per il governo, per tutti, che comunque per ben dieci mesi si son guardati bene dal tentare di capire per il ‘gusto’ di capire, di ascoltare per sapere, di comprendere senza compatire. E sotto questo ‘tutti’ ci sono proprio tutti, in qualunque direzione si guardi, destra sinistra sopra e sotto.
E poi finalmente sono arrivate le elezioni, qui e altrove, amministrative con un peso non semplicemente locale: la cartina al tornasole degli eventi politici (direi di partito e di poteri vari più che altro) degli ultimi mesi. E maledettamente da qui è uscito il risultato sbagliato: “no buono”, con scuotimenti di capo e indici puntati da una parte e sogghigni beffardi dall’altra.
E a un anno dal terremoto vedo e leggo e sento commenti agghiaccianti e moniti disgustosi.

L’Aquila vista da me che aquilana d’origine non sono, è/era una città austera e schiva, ‘chiusa’ la definiamo spesso noi adottivi, non per malcostume o per postura viziata: lo è perché è insita nel suo essere.


Questa L’Aquila chiusa schiva e austera non ha però chiuso porte e anima a nessuno ‘straniero’ si sia avvicinato a lei dopo il 6 aprile, nonostante tutto, nonostante il dolore (immaginate come possa essere difficile essere buoni ospiti nell’obitorio che conserva le spoglie della vostra vita… perché questo è stato, questo ancora è anche se con dolore che pian piano va trasformandosi), nonostante la fatica, nonostante un orgoglio tutto umano e insieme bestiale di insicurezza a mostrare il fianco ferito.
Sforzo immane (grande davvero) di essere presenti a sé stessi, di non mollare, di non cedere alle lusinghe di una vita da colonizzati, alla possibilità di dire “sì padrone” e campare di affitti gratuiti e cassa integrazione, almeno per un altro po’: basterebbe aggiungere un bel “grazie” alla Patria e mandare al diavolo tutto il resto.
Qualcuno forse lo sta facendo, per convinzione o per stanchezza o per rassegnazione, o perché opprtunisticamente lungimirante (e in questo caso, volendo non posso che invidiarne la capacità di guardare ancora oltre l’oggi), ma qualcun altro no.
Qualcun altro sta spendendo tutte le sue forze o comunque tante per costruire un futuro, i giovani a loro stessi, i meno giovani ai loro figli, quelli meno giovani ancora alla storia, procedendo per una strada completamente nuova di fronte a una situazione nuova (quante altre città di un valore sociale e culturale e della portata territoriale aquilana è stata distrutta da un terremoto negli ultimi vent’anni e soprattutto quante hanno subìto una colonizzazione?...la situazione è inedita, purtroppo e però anche per fortuna).
Dall’esterno si può crederci o non crederci, essere disposti a guardare o avere di meglio da fare, essere interessati ad ascoltare e pensare o lasciarsi imboccare dalle solite ‘parole’ (quanto sono calzanti nomi già esistenti per cose appena inventate o scoperte o semplicemente fabbricate?) e procedere con la propria vita tranquilla, lontana da qui (bastano poche decine di chilometri in direzione ovest soprattutto per essere assolutamente estranei al ‘nostro’ terremoto, che non è stato affatto il ‘terremoto d’Abruzzo’, nemmeno per cavolo!). Dall’esterno tutto si può, forse anche troppo, persino fare i contabili di partito e tirare conclusioni (di qualunque partito e qualunque conclusione, in questo non c’è direzione che tenga, l’ottusità è spalmabile come la nutella sulle fette di pane in cassetta) e addirittura sentenziare: è democrazia anche questo.
Da dentro questo mondo a sé, dove la distinzione tra ‘noi’ e ‘voi’ è pari a 22(secondi) x il raggio (di Km entro il quale siamo stati sparpagliati da una logica emergenziale perversa e subdola) + X (fattore incognito di fisiologia territoriale che è felicemente immisurabile)…da qui io (democraticamente azzarderei un ‘noi’) non si farà altro che proseguire per la nostra strada di difesa e recupero del nostro territorio, non perché italiano, né perché governato da giunta di sinistra o di destra, ma perché ancora di più nostro, come nostra la forza, nostre le difficoltà e le soddisfazioni e nostri i ricordi. E farcela o meno non dipenderà da un risultato elettorale.

Per le prossime quarantotto ore L’Aquila sarà di nuovo oggetto di sguardi e commenti e supposioni e illazioni e bugie e caccia all’immagine o alla voce da scoop. Noi non guarderemo, non diremo, non commenteremo, non reagiremo, non dormiremo: ascolteremo il nostro silenzio.

aggiornamento del giorno dopo: le contestazioni registrate ieri sera in consiglio comunale non sono espressione di mancanza di rispetto e affezione verso le istituzioni democratiche, locali e nazionali. Un pizzico di coraggio, di buon senso e di onestà intellettuale potrebbero essere sufficienti a Gabrielli e a chi la pensa come lui, per capire che sono esattamente il contrario.

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