io L’Aquila l’ho conosciuta

di M.G.

Come ogni lunedì prendo la macchina per raggiungere la stazione di Brescia. Da lì ho un treno che mi porterà a Milano: come ogni lunedì, ci passerò la giornata.
Però oggi ho un programma diverso dal solito. Parecchie settimane fa ho ritrovato in rete Francesco, un vecchio amico dell’Aquila che non vedo da un secolo. Ho scoperto che anche lui da una ventina di anni vive qui al nord: dalle parti di Milano, anzi.
Oggi finalmente riusciremo a incontrarci. Abbiamo tutt’e due una vita complicata, ma per oggi siamo riusciti a mettere d’accordo le agende: così ci vedremo all’ora di pranzo per un panino dalle parti di Piazza Cadorna.
Meglio accelerare: non manca molto alla partenza del treno.
Accendo la radio. Parla di una scossa a L’Aquila. Gesù, un’altra… sono più di tre mesi che va avanti, ma hanno detto che va tutto bene, c’è solo da aspettare che passi.
Lo conosciamo, il terremoto, ci siamo cresciuti dentro. Da bambini ogni tanto ci si svegliava di notte e si vedeva il lampadario oscillare. Ci si era abituati, ci si voltava dall’altra parte e si continuava a dormire. Bastava aspettare che passasse la processione rumorosa delle auto di quelli che, magari in pigiama e coi bambini addormentati sul sedile posteriore, andavano verso Collemaggio per passare fuori casa le ore che mancavano alla mattina, non si sa mai.
Certo che una cosa come quella che sta succedendo da più di tre mesi non si è mai vista. E stanotte, alle tre e trentadue dice la radio, un’altra scossa. Forte, sembra.
No, aspetta. Pare sia diverso stavolta. Che dice? Parla di crolli, distruzioni. Gente in strada, disperazione. Ma cos’è? Davvero è L’Aquila?
Telefono a mia moglie, sono le sette e un quarto, è ancora a casa. Accendi la tv, senti cosa dicono. L’Aquila è venuta giù. L’ho sentito alla radio. Morti, sì, feriti. Stavolta è una tragedia.

Io L’Aquila l’ho conosciuta.
Crescere a L’Aquila non è diverso, suppongo, dal crescere in qualunque altra città di provincia. La provincia, a nord, a sud, al centro, è un universo nell’universo. La ritrovi, pigra, abitudinaria, a qualunque latitudine. Magari con diverse sfumature di crudeltà, ma sempre uguale.
Ti ci puoi trovare a tuo agio, come un pisello in un baccello, o puoi crescere con la paura di morirci soffocato, in quel baccello. Come in ogni città di provincia, credo. Non ho provato tutte le altre, ma non ci sarà una grande differenza.
Però una cosa era diversa da tutti gli altri posti. Sperimentavi la chiusura e la diffidenza della piccola città e insieme la traboccante bellezza che ti regalava quasi a ogni angolo. Non so se mi spiego. Come dire il veleno e il suo antidoto.
Sapevi quanto poteva andarti stretta una vita fatta di tradizionalismo e di scelte già preparate da qualcun altro, ma imparavi anche – lo sperimentavi per davvero, tutti i giorni – che c’era una via d’uscita. Che è la bellezza, la via d’uscita. E se riuscivi a fare tua almeno un po’ di quella bellezza, la sperimentavi come una forza che ti poteva salvare.
Un conservatorio, una scuola di cinema, un teatro stabile importante, tante radio – ma tante, alcune bellissime – e un’infinità di gruppi rock. Era come se quella città avesse fatto un patto col dio della creatività.
Hai presente quell’intervista in cui Wim Wenders diceva più o meno “la musica mi ha salvato la vita”? Beh, sai cosa? Io e i miei amici un po’ sapevamo di cosa stava parlando.

Allungo distrattamente il biglietto al controllore, come per dire faccia lei, non è proprio il momento. Il telefono, dall’altra parte, squilla, ma non risponde nessuno. Cerco i miei genitori e mia sorella. Probabilmente stanno bene, forse è solo che in quel casino non sentono il telefono…
Ecco, è mia madre. Lei e mio padre hanno passato la notte in macchina, mi dice, ora sono a San Bernardino, in mezzo a un sacco di altra gente, riparati nel baretto. In macchina?, penso. Ma se lui sono tre mesi che non esce di casa, ché la salute non glielo permette.
La terra trema ancora, il frastuono intorno a mia madre e il rumore del mio treno ci costringono a gridare, ma quello che capisco è che stanno bene. Da parecchie ore hanno perso il contatto con la famiglia di mia sorella. Le linee telefoniche sono danneggiate, o più probabilmente sono sovraccariche.
Starò gridando davvero forte, per sovrastare il rumore che c’è di qua e di là del telefono. Tanto che, quando chiudo, il tizio accanto a me che legge “Il Giornale” mi chiede cosa sia successo. Il terremoto, dico. Pare che L’Aquila non ci sia più. Lui è gentile. In quel momento penso che tra un po’ non ricorderò più la sua faccia, e che nemmeno lui saprà mai quanto è stato importante sentirsi domandare “cosa succede?” in un momento così. Gli dico grazie. Ma è poco.
Mi risponde mia sorella, finalmente. Come stai, come state? E i bambini? Respiriamo polvere, mi dice, ma siamo vivi.
Incredibile, penso, non riescono a chiamarsi fra loro ma io da qui posso parlare con gli uni e con gli altri. Dico lo so che non riuscite a telefonarvi, ma di’ a me, poi chiamo io mamma e papà. Dove siete? Vi stanno cercando… Digli che siamo tutti interi, mi fa. Ora c’è una cosa di cui abbiamo bisogno urgente. Cosa?, domando. Una ricarica telefonica. Fra un po’ saremo isolati dal mondo.
Calcolo mentalmente fra quanto tempo sarò davanti a un bancomat di Milano. Ci penso io, dico. Prima di mezz’ora ti faccio cento euro.
Intorno a lei si sentono ambulanze che vanno e vengono. Portano i feriti all’ospedale, mi spiega.
Cristo. Ma la radio dice da ore che l’ospedale non c’è più. Ne so più io qua fuori che loro in mezzo al disastro. Decido che glielo dico: no, guarda che non avete più l’ospedale.
Mancano due minuti a Lambrate, avanzo verso l’uscita. In coda fra le due file di sedili, ascolto una ragazza, venti anni e una sciarpa gialla, che parla al telefono. Hai sentito?, dice. Sarà la solita storia, vai a sapere come cazzo costruiscono le case lì in Puglia… ti ricordi cosa è successo a quella scuola là, dov’era? Sì, San Giuliano di Puglia?
Ma San Giuliano di Puglia non è in Puglia come Novi Ligure non è in Liguria, penso, stupida ragazza del treno. E nemmeno L’Aquila è in Puglia. Ma d’altra parte, vaffanculo. Tu, la tua sciarpa gialla, i tuoi vent’anni passati davanti alla televisione, le tue teorie a orecchio e i tuoi luoghi comuni.
Lambrate. Scendo. Se è un incubo, oggi nel mio incubo c’è Lambrate.

Io, beh, non sono sicuro che la “mia” L’Aquila sia la stessa che hanno conosciuto gli altri. Quello che posso dire è come l’ho vissuta io.
Era una città dove potevi sentirti parte di qualcosa. Una città che, se avevi un talento – piccolo, grande, non c’entra – ti permetteva di esprimerlo. E facendolo, ti sentivi parte del mondo che ti girava intorno.
Se volevi un’opportunità di far conoscere quello che sapevi fare, la trovavi. Ti interessava la musica? Prendevi una chitarra e suonavi, senza chiedere il permesso a nessuno. Un amico con una cantina o con un garage era la cosa meno difficile da trovare, e altri tre disperati li mettevi insieme in mezza giornata.
Io sono stato in qualche dozzina di gruppi di cui non si è mai saputo quasi niente. Molti di quelli, vissuti giusto il tempo di dire “ho una band”. Ma soprattutto ho fatto la radio. Dieci anni di microfono e di musica. E fare la radio in quegli anni lì era un’esperienza straordinaria e irripetibile.
A volte, dopo aver messo un l.p. che avevo scoperto su qualche rivista, aspettavo il giorno dopo e andavo al negozio di dischi del mio amico Bruno per sapere quante richieste gli erano arrivate dopo il mio programma. Capisci cosa voglio dire? È che, mentre facevi quello che sapevi fare, nello stesso momento ti sentivi parte di qualcosa.
Era una città che ti incoraggiava ad esprimerti.
No, non ho la certezza che chiunque altro l’abbia vissuta così. Diciamo che così la ricordo io.

Io e Francesco ci abbracciamo forte a Piazza Cadorna. Che giornata per ritrovarsi. Non ci posso credere.
Cosa fai, dove sei andato dopo la maturità?
È uno strano scherzo del tempo, questo incontro proprio oggi. Forse però, se avessi potuto scegliere, non avrei trovato un giorno migliore. Oggi voglio parlare con qualcuno che possa capire.
Che notizie hai? Bombardata. L’Aquila sembra appena uscita da una guerra.
Conosco una specie di pub qui dietro, fanno panini a mezzogiorno e la birra è buona.

Giorni fa pensavo che se L’Aquila fosse una famiglia, sarebbe una famiglia ideale. Abbastanza presente e incoraggiante da insegnarti ad aver fiducia nelle tue ali, abbastanza rompicoglioni da farti venire voglia di usarle.
Io sono uno di quelli – tanti – che se ne sono andati. Se ne sono andati seguendo l’università, un’opportunità di lavoro, una donna. O un uomo, o l’arte, o un sogno. Sono uno di quelli. Uno di quelli di cui, lo so, una parte della città – e della mia generazione – parla come di traditori.
Non mi preoccupa l’anatema, per carità, né mi stupisce. Tu lasci il clan, il clan ti maledice. Fa parte del gioco, è la storia del mondo.
Solo, mi sembra buffo. Non è ironico che una città con quel nome condanni quelli che volano via?
Perché io e tutti quegli altri ce ne siamo andati perché avevamo le ali. È stato il nostro modo di spiccare il volo. Altri l’hanno fatto a modo loro, noi abbiamo avuto bisogno di farlo in senso letterale, cercando da un’altra parte. Perché l’aquila è un animale che vede lontano. E per chi ha occhi e ali d’aquila non ha senso la parola “tradimento”.
Se hai le ali, non tradisci: semplicemente, voli.

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1 Response to “io L’Aquila l’ho conosciuta”


  1. 1 Sergio 25 maggio 2010 alle 06:25

    Belle foto e un articolo molto toccante


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