terremoto, emergenze, Qualità

colloquio con MariaLaura Menghini

Dottoressa Menghini, lei ha seguito fin dal 6 aprile scorso le vicende del terremoto dell’Aquila, città che conosceva da tempo, e recentemente ha visto personalmente lo stato di distruzione, di degrado e il ritardo nell’avvio del recupero di quel centro storico; essendo, oltre che una cittadina interessata alle sorti di quella città, un medico che utilizza quotidianamente linee guida e protocolli nella gestione delle emergenze, urgenze e programmazione delle risorse specificamente nel settore sanitario che idea si è fatta della situazione dell’Aquila, riguardo principalmente al problema delle macerie.

A me sembra che, a distanza di un mese dall’inizio della mobilitazione delle “carriole”   la fase emotiva si stia esaurendo e la spinta forte di uno scopo comune  si stia sfilacciando, laddove emergono tra i partecipanti, diretti o mediatici, le differenti scale di valori, il vissuto e la stessa composizione sociale e politica, che si  evidenziano come estremamente variegate.

Ho letto tanti  commenti espressi sui “social network” maggiormente affollati, le rassegne stampa di questi undici mesi, locali e nazionali, di maggioranza e opposizione da cui emergono   scale di priorità a volte inconciliabili; ho analizzato quel poco di materiale reso pubblico dalla protezione civile, dal Ministero dei Beni Culturali, dagli Enti locali e dai VVF e soprattutto ho visionato decine e decine di video di dichiarazioni, interviste, documentazione dei luoghi prima e dopo il terremoto, nonché le mappe di Google Earth, per capire l’estensione e la conformazione del un territorio  interessato dall’evento. Il motivo per cui l’ho fatto è semplicemente perché sono una cittadina italiana che vuole rendersi conto delle modalità di gestione di questo evento, senza alcuna pregiudiziale politica.

Lei si è appassionata alla vicenda, tanto da assumere un ruolo “attivo” e non solo di spettatrice o di visitarice; in particolare come ha utilizzato le informazioni di cui ha preso cognizione?

Sto raccogliendo il materiale che mi è parso significativo, in un DB Access, composto da schede e link che vengono progressivamente integrati. Con l’aiuto della Rete vorrei verificare la possibilità usare un “metodo scientifico” nell’approccio ai problemi sollevati dal terremoto e nella ricerca delle soluzioni praticabili.

Ricordo che alla base del “metodo scientifico” empirico sperimentale classico stanno l’osservazione, la misurazione, l’esperimento e  la riproducibilità. Alla base del processo scientifico, secondo la meccanica quantistica, sta anche il principio di indeterminazione di Heisenberg secondo il quale per misurare qualsiasi cosa  bisogna perturbarla. Quello che gli Aquilani hanno fatto, “smuovendo le macerie “con la protesta delle carriole mi sembra in un certo senso calzante  come esempio di perturbazione.

Come possono essere “trasposti” questi fondamenti al caso del terremoto?

Prima di scegliere “scientificamente” come gestire la partecipazione attiva, come esercitare il controllo sui poteri nazionali e locali e come attuare un monitoraggio continuo e pressante dell’operato dei soggetti che si sono arrogati il diritto a ricostruire, occorre analizzare attentamente l’algoritmo usato dagli organi competenti nella gestione dell’evento

Può fare un esempio?

Prima del terremoto in Abruzzo, tre grandi eventi sismici  hanno interessato l’Italia negli ultimi 40 anni: Friuli 1976, Irpinia 1981, Umbria e Marche 1997. Si dà per accettato che la ricostruzione in Friuli e nelle Marche sia stato un processo virtuoso, mentre in Irpinia i disequilibri e le incongruenze di gestione sono stati dati per scontati, anche se in realtà alla ricostruzione in Irpinia si è prestata poca attenzione come termine di paragone.

Le sostanziali differenze nella gestione però non sono a mio parere  dovute  a quella che si pretende essere la diversa attitudine delle popolazioni incidenti, bensì ai cambiamenti politici, sociali, tecnologici e strumentali intercorsi via via nel tempo.

Come si può procedere con un approccio scientifico?

Possiamo individuare dei macroaggregati su cui lavorare:

–        Normativa europea, statale,  regionale, provinciale e comunale

–        Ruolo delle Forze armate

–        Ruolo dei VVFF e dei Corpi forestali

–        Ruolo del Volontariato

–        Organizzazione sanitaria

–        Ruolo di altre istituzioni  (Curia e Ministeri)

Aggiungerei anche…..  Ruolo della criminalità organizzata

Solo dopo aver analizzato il ruolo di ciascuno di questi soggetti si potrà parlare del ruolo della popolazione interessata e del suo porsi come soggetto attivo o oggetto passivo.

C’è però una differenza sostanziale fra i primi due eventi (il Friuli e l’Irpinia) e gli ultimi due (le Marche/Umbria e L’Aquila); una differenza che prescinde dalle risorse umane e strumentali messe in gioco, dalla diversa distribuzione territoriale del danno, dalla natura e consistenza delle attività produttive e altro ancora.

La differenza secondo me consiste fondamentalmente nella possibilità e nella necessità, a partire dai primi anni ’90, di applicare ai processi in esame i principi del “Sistema di qualità”.

Intende dire che la gestione del “processo” terremoto è riconducibile ai criteri della Qualità, come se si trattasse di un qualunque sistema di produzione?

Berlusconi si definisce imprenditore e di conseguenza, a meno che il profitto delle sue aziende non segua procedure anomale, i suoi manager dovrebbero conoscere i fondamenti di un sistema di qualità, del problem solving e gli strumenti abitualmente usati.

Mettere sotto “controllo di qualità” un processo non è altro se non standardizzare le procedure e poterle riprodurre, fornendo un prodotto che abbia requisiti minimi e possa essere sempre migliorato dopo verifica (Miglioramento continuo della qualità).

Lei ne ha avuto esperienze dirette nel suo campo di attività, il settore sanitario.

Dalle nozioni di base apprese durante i vari corsi formativi istituiti dalla mia Azienda Ospedaliera, mi consta che il più semplice fondamento del quality management, strumento di impronta protestante, certamente ostico per una mentalità cattolica  e creativa che privilegia la parola allo scritto, ma ormai universalmente accettato è esplicitato nell’acronimo PDCA (plan, do, check , act and plan…): Pianifica , fai, controlla, agisci e poi pianifica.

Queste 4 fasi cicliche sono tutte di pari importanza e sono integrate da vari strumenti di lavoro come il diagramma a spina di pesce delle “4 M” (Methods, Men, Machinary, Materials) per l’analisi delle risorse disponibili e necessarie, e l’allestimento del budget.

E’ poi fondamentale stabilire “chi fa cosa” e la manifestazione di volontà “Dichiara ciò che farai; fai ciò che hai dichiarato, Documenta ciò che hai fatto; …..

E soprattutto improntare gli algoritmi dei processi, ossia  diagrammi con simboli standard che identificano gli ingressi, le azioni, i sequenza, gli snodi e le uscite.

Sembra piuttosto complicato, specie se si pensa alla gestione di una calamità naturale.

Se il processo è complesso, quale può essere quello di cui stiamo parlando, è sempre possibile scomporlo in sottoprocessi con i relativi algoritmi. E’ poi fondamentale individuare gli ostacoli (constraints) e i colli di bottiglia da bypassare.

Bertolaso non può essere a capo della PC e non conoscere queste nozioni di base e qualora non le avesse applicate alla gestione del terremoto abruzzese vorrebbe forse dire che ha confidato nell’esotericità di esse.

Il Governo Berlusconi si è servito di un Ente, la Protezione Civile, nato 35 anni fa, che ha gestito un evento imponente nel decennio 1997- 2007.

Quali linee guida, protocolli, algoritmi ha sviluppato sull’esperienza dell’evento Marche questo Ente? E se doveva riprodurre un prodotto simile, migliorandolo, perché ha avuto bisogno di usare gli strumenti legislativi dell’emergenza (decreti, decine di ordinanze, trattative private, individuazioni estemporanee e variabili delle competenze) per bypassare ogni possibile controllo di legittimità del suo fare?

Sembra che lei riponga molta fiducia nei criteri del Sistema di Qualità. Ma qui abbiamo a che fare con le azioni degli uomini calati in una emergenza di dimensioni “sovrumane”…

Il sistema di qualità si applica a tutto e se ne possono fare vari esempi, anche apparentemente “banali”. Prendiamo ad esempio il prodotto “pizza napoletana”. Mettiamo che io voglia aprire una pizzeria:

–        Per prima cosa devo considerare il mio budget

–        Valuterò tutti i costi e deciderò il prezzo della pizza nell’ambito delle oscillazioni consentite dal mercato

–        Poi mi dovrò dotare di un locale adeguato al mio budget

–        Poi doterò il locale di arredi e macchinari essenziali

–        Assumerò un pizzaiolo di provata esperienza su referenze e prove pratiche

–        Acquisterò gli ingredienti necessari ( farina, acqua, lievito, sale, pomodoro e mozzarella)

–        Verificherò che il pizzaiolo li assembli nell’ordine preciso.

–        Acquisterò gli altri ingredienti e bevande secondo il mio budget ( birra peroni o sofisticata birra belga? Salmone scozzese o alicette?).

–        aprirò il locale dopo aver pulito tutto.

–        Se mi avanza qualcosa comprerò arredi e suppellettili non indispensabili.

E’ certo che non aprirò una pizzeria se non ho abbastanza soldi e se il prezzo della pizza non mi copre i costi. Cercherò magari di aprire una pizza a taglio.

Ed è anche certo che licenzierò il pizzaiolo se non sarà in grado di fare una pizza a regola d’arte.

Ma le emergenze non sono banali come aprire una pizzeria…

Ma la “standardizzazione” è ancora più importante nelle emergenze.

Nessuno infatti dovrebbe azzardarsi a fare manovre su un soggetto inanimato se non ha solide nozioni  dei protocolli BLS (Basic Life Support)  revisionati periodicamente dai Resuscitation Councils.

Quindi, bisogna lasciar fare le cose a chi sa farle. Per tornare al caso del terremoto d’Abruzzo, come è stato applicato e sviluppato il Sistema di qualità?

Se esaminiamo le fasi iniziali (i primi soccorsi, il recupero dei morti e dei sopravvissuti, l’assistenza medica e l’assistenza agli sfollati), i soggetti interessati sono stati molteplici e per molte ore hanno messo in atto azioni spontanee e non coordinate (si vedano le testimonianze del Corpo Forestale unica organizzazione intervenuta nell’immediatezza della catastrofe a Fossa).

I VVFF hanno fatto gran parte del lavoro e i militari sono intervenuti marginalmente nei soccorsi e nella messa in sicurezza e soprattutto per assicurare l’ordine pubblico.

Ho letto con molta attenzione un articolo sull’assistenza medica di emergenza prestata dall’Ospedale da campo della Protezione Civile in dotazione alla Regione Marche e gestito dall’ARES (Associazione Regionale Emergenza Sanitaria e Sociale). Riporto integralmente la risposta data dal dott. Massimo Di Muzio, responsabile della Farmacia dell’Ospedale da campo della Regione Marche. Alla domanda “Le risorse umane sono sufficienti? ”, il dottor Di Muzio rispondeva. Innanzitutto, desidero ricordare la massima disponibilità dimostrata dai colleghi aquilani e dal personale del Servizio di Farmacia Ospedaliero/Territoriale dell’Ospedale San Salvatore che si sono prodigato da subito, nonostante alcuni di loro abbiano perso persone care o l’abitazione. Premesso questo vorrei sottolineare che, purtroppo, un problema che stiamo incontrando da non sottovalutare è la presenza di personale (anche colleghi) non adeguatamente preparato in medicina delle catastrofi. Nei “Criteri di massima sulla dotazione di farmaci e dispositivi medici di un Posto Medico Avanzato di II livello utilizzabile in caso di catastrofe” viene esplicitamente richiesta come “indispensabile un’adeguata formazione nel campo della medicina delle catastrofi di tutte le figure che verranno impiegate nel PMA di 2° livello, dei farmacisti che dovranno gestire l’approvvigionamento di farmaci oltre che del personale degli ospedali che potranno essere coinvolti direttamente o indirettamente in una maxiemergenza. I programmi formativi dovrebbero essere affiancati da esercitazioni e simulazioni di intervento per consentire un’integrazione funzionale interdisciplinare”.


Avere personale che, senza alcuna formazione, senza alcuna forma assicurativa che li tuteli, senza alcuna forma di precettazione, senza alcun rapporto diretto con la Protezione Civile (unica istituzione che coordina tutta l’emergenza, compreso i volontari) è inutile oltre che d’intralcio alle operazioni di soccorso.

Quindi anche nella fase dell’emergenza sulla salute qualche problema di tipo organizzativo c’è stato e andrebbe analizzato più a fondo per migliorare in futuro. Pur riconoscendo che forse è la parte di intervento che ha funzionato meglio.

In merito alla messa in sicurezza degli edifici e allo sgombero delle macerie, che idea si è fatta?

Qui siamo nel baratro totale. Se a distanza di un anno non sono ancora stati individuati i siti di stoccaggio e non si è deciso ancora come trattare le macerie, il comune cittadino pensa che l’evento non era stato simulato e previsto e che linee guida e protocolli non erano preesistenti, tout court, e non  sta a chiedersene  il motivo.

Anzi, sì. Si chiede chi era stato stabilito facesse cosa. E se non era stato stabilito a priori, a cosa è servito avere istituito un ente così imponente come la Protezione civile. In realtà questo Ente, se andiamo ad analizzare la ricca documentazione raccolta dopo 11 mesi, non è altro che un LOGO, uno strano sghiribizzo che appare a priori (o a posteriori, come nel caso delle casette di legno di Onna, fornite dalla provincia di Trento) su tutti i documenti e su tutta la cartellonistica, avocando a sé   tutto il lavoro svolto da altri e molteplici soggetti.

L’unico  vero ruolo sono le ordinanze con cui stabilisce estemporaneamente incarichi e devolve fondi.

L’unico vero progetto caparbiamente perseguito e preesistente era il progetto C.A.S.E. adattabile a qualsiasi circostanza , non  dimensionato sulle esigenze reali della popolazione interessata e messo in atto usando indiscriminatamente strumenti come l’esproprio. A mio avviso se il numero di senza tetto fosse stato inferiore alla recettività delle C.A.S.E. programmate a priori (mi sembra trattasi di alloggi per 10.000 persone) si sarebbe fatto in modo di farle più spaziose per usarle comunque tutte. Peccato che gli sfollati fossero invece più di 40.000 e che con il costo delle C.A.S.E. si sarebbero potuti fare alloggi temporanei per almeno 30.000 persone, senza devastare il territorio. Dunque l’algoritmo doveva avere come ingresso il numero degli sfollati che è stato invece sostituito dal numero delle C.A.S.E.  la cui costruzione ha assorbito gran parte delle risorse stanziate.

Sulle procedure usate per lo sgombero delle macerie e per il recupero dei beni del patrimonio artistico non possiamo parlare perché a tutt’oggi non abbiamo avuto se non risposte fumose e ulteriori ordinanze in deroga. Ma è un esercizio che lascio alla “rete”. Nel DB ci sono numerosissimi link della PC, MBAC, della ReLuis, della Regione e chi vuole prendere visione delle azioni intraprese e del quadro normativo può cominciare a farlo.

Quali potrebbero essere gli sviluppi e le applicazioni pratiche delle metodologie da lei citate?

Non ho ancora accennato all’accreditamento, alla certificazione e all’Audit, ossia agli strumenti di controllo  cui deve sottoporsi  chi vuole dimostrare di applicare un Sistema di Qualità affinché si attesti che il suo prodotto e la sua prestazione posseggono i requisiti minimi.

L’agire nella qualità è vanificato dalla  complicità del controllore, dalle frodi , in poche parole  dalla disonestà.  Ma aggirare un sistema di qualità non è facile, a meno che non si ricorra a mezzi veramente criminosi.

La nostra classe politica ha considerato in questa occasione i cittadini come soggetti passivi  e ha legittimato il proprio agire con un voto da anni estorto scegliendo fra vari mali. Poiché “la rete” ha dimostrato che fra questo popolo apparentemente passivo e ignaro esistono delle competenze individuali mortificate, direi anzi soffocate e che c’è un grande bisogno di agire disinteressatamente per il bene comune, perché non assumere il ruolo di certificatori, non delle loro persone ma del loro agire, giorno per giorno, del loro fare e non fare, dare e non dare, attraverso lo studio dei loro algoritmi e delle loro “agende”?

La ringraziamo per la schiettezza; speriamo di aver suscitato qualche curiosità, di aver sollecitato qualche reazione e ci attendiamo qualche commento. Grazie.

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