…quello che si dicono gli aquilani…

di Carlo Pelliccione

Carissimi
Devo dire che sono stato un pò intimidito da ritrovarmi inserito in un dibattito così serrato in un momento in cui avevo tirato i remi in barca ché con la testa e con il corpo mi trovavo a godermi una settimana sulla neve con mia figlia.
E ci ho messo un po’ di tempo a superare la timidezza, a riprendere le fila dei vostri post per intervenire in qualche modo.

Capisco la difficoltà a comprendere tutto, per chi non vive giornalmente questa realtà (cfr g.) che ha una evoluzione pari solo all’accelerazione sismica di “quella notte”.
Perché i discorsi fra aquilani “intra moenia” assumono dei linguaggi che danno per scontate cose che scontate, per chi non le vive quotidianamente, non lo sono affatto.
In un certo senso ormai l’aquilano è diventato un linguaggio “acronìmico” (!!!), se mi permettete il neologismo, per cui anche se non parliamo di case E o di MAP o MUSP, diciamo cose che sottintendono significati – vedi “………”- fatti per soli addetti ai lavori.

Da qui una prima considerazione a latere: la comunicazione verso l’esterno ne risente e certi messaggi faticano a passare, se è vero che basta allontanarsi una settimana per perdere le evoluzioni linguistiche del nuovo idioma post terremoto.
Se vogliamo fare un’informazione corretta e “altra” all’esterno è necessario avere consapevolezza di questo e correggere il tiro.
Non che abbia ora le idee molto più chiare. Sta di fatto che mi ci sono voluti più di 10 giorni e un corso di recupero “live” con alcuni di voi per capire un po’ di più di cosa e quale fosse la reale materia dello scontento.

Alla fine dal mio punto di osservazione, per quel che può valere e per quanto possa essere utile, ho questa impressione, che ho già postato qua e là:

1- L’importanza oserei dire rivoluzionaria di ciò che sta succedendo a l’Aquila non è nel fine ma nel mezzo.
Il mezzo assume un valore simbolico decisamente più dirompente delle sue finalità.
RIAPRIRE LA CITTA’ è un’urgenza che ne supera le modalità.
Non importa se si riapre con gli spazi per gli anziani o i bambini. Anzi trovo antistorico in questo momento disperdersi in distinguo di questo genere. Va benissimo che gli anziani e i bambini concorrano a riaprire la città lavorando alla rimozione di inerti.
Che cosa vogliamo fare? Un parco giochi al castello?!!!
Questo è un approccio ante-rremoto!
Il gioco, se si vuole macabro ma reale, per vecchi e giovani è quello di ricostruire la città. E “giocare” con le macerie delle proprie case è un approccio “catartico” non insignificante secondo le moderne teorie della rimozione degli choc da eventi catastrofici.
Ci saranno i tempi per prevedere manifestazioni di diverso tipo.
Cerco di spiegarmi con un paragone.
Quando abbiamo cercato di inserirci nelle programmazioni didattiche delle scuole con i cant’ieri di animammersa per far lavorare i ragazzi sul terremoto attraverso la musica e il teatro, abbiamo trovato che quello che stavano facendo nelle scuole come programmazioni extra didattiche erano programmi dell’anno passato, il nostro amico cinese, il pifferaio magico …. ASSURDO!

2- quello che si sta concretizzando ora è un’aggregazione di persone e di energie. In un tessuto socio-politico già disintegrato prima del terremoto, questo è un valore assoluto “a prescindere”.
A prescindere dal luogo di aggregazione, dai motivi, dai risultati.
Ma anche a non prescindere trovo che sia un segnale molto più forte andare a FARE PIAZZA PULITA che ritrovarsi a jiu Boss
Tutti sappiamo, tutti, che non servirà a risolvere il problema delle macerie, ma è proprio questo che non si richiede a un movimento.
Non si richiede una soluzione, ma un monitoraggio -come giustamente si diceva in questo forum (che però non si chiama forum ma si chiama tavolo, e questo rivà al problema acronìmico di cui sopra, con un vago sapore politicamente retrò …J- solo che le forme di monitoraggio non sono quelle di mettersi a guardare con le braccia conserte ma di “mostrare” provocatoriamente cosa e quando si fa.
– … a prescindere dal piacere di bere un buon bicchiere … –

3- La parola d’ordine è UNITA’.
Se ci sono delle persone che riescono ad aggregare un movimento questo è bene. E è necessario riconoscere questa capacità di leader.
I quali leaders quasi mai sono i più intelligenti e a volte neppure i più lungimiranti.
Sono solo i più leaders.

E soprattutto non devono essere necessariamente simpatici, sono sempre invadenti, esibizionisti, e spesso dicono grosse cazzate.
Per questo intorno ci devono essere persone che rattoppano i buchi che i leaders fanno, ma che rattoppano non che li allargano!!
Se mi sono minimamente impossessato dell’ultima evoluzione linguistica aquilana non devo manco spiegare di chi sto parlando, suppongo.
Quello che importa è che il popolo aquilano si muova con una certa compattezza, almeno quella parte di aquilani che si riconoscono in certe emergenze.
Ma disfare da dentro non è bello né buono, e tentare di trovare un modo di delegittimare i leaders riconosciuti dal popolo è esattamente il contrario dell’unità, è il vecchio settarismo politico delle correnti ed è -forse- ciò che ha disintegrato la sinistra.
Non è sulla persona che bisogna concentrare le attenzioni ma sull’operazione simbolicamente rilevante che migliaia di persone si ritrovino all’interno della zona rossa, insieme, a fare. A fare qualcosa per la propria città.
E lo fanno sorridendo …

4- non fate come me. Non postate commenti troppo lunghi!!
Il linguaggio è diventato più veloce del computer e i forum -o i tavoli di lavoro- non sono fatti per lunghe relazioni, ma per pennellate di parole che, semmai, vanno sviluppate e articolate in altre sedi.

5- non è il tempo delle prudenze. È il tempo delle azioni.
Quelle che ci hanno portato anche noi, quando ci s’aveva vent’anni, a okkupare le scuole, a scrivere sui muri di notte, a fare manifestazioni e scioperi non autorizzati.
Tutte cose proibite. Tutte cose che configuravano reati più o meno banali.
Ma a vent’anni non ci pensi.
Perciò è a vent’anni che fai la rivoluzione.
Perché rompi gli schemi che stabiliscono che certe azioni che tu senti legittime (come riappropriarsi della tua città) sono reati.
E così cambi le regole.
Forse è il tempo per i ventenni!

Un abbraccio a tutti.

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1 Response to “…quello che si dicono gli aquilani…”


  1. 1 maria laura 9 marzo 2010 alle 19:08

    solo un piccola considerazione. Il team leader non si identifica con il capo ma con colui che motiva e indirizza le azioni degli altri e prende le decisioni nel suo ambito di competenza. Di solito non ci dovrebbe essere solo un leader bensì un leader per ogni fase di un processo. Nel gruppo un fronda resistente del 10-15% è fisiologica, come è fisiologico l’antagonista e se il leader è forte deve saperla controllare.


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