la “new town” di Cavallerizzo? Abusiva!

da “il Fatto Qtd” 5 marzo

Come dopo una catastrofe continuano a emergere dalle macerie della pubblica amministrazione distrutta le schifezze della gestione delle calamità vere (e di quelle inventate).

Che fosse un gran pasticcio – e non soltanto per la spesa: ben 60 milioni di euro – s’era capito da tempo. Il pasticcio, però, ieri è stato certificato da una sentenza del Tar del Lazio. La “new town” calabrese fortemente voluta dalla Protezione civile targata Guido Bertolaso – il nuovo centro urbano che avrebbe dovuto sostituire Cavallerizzo, il paese colpito da una frana nel 2005 – rischia di franare, a sua volta, sotto i colpi degli atti giudiziari.

La “new town” – tuttora incompleta – è infatti priva d’un elemento essenziale: la procedura di valutazione ambientale. Non solo. È stata annullata la decisione di “delocalizzare la frazione di Cavallerizzo”: il Tar ha “annullato il verbale del 31 luglio 2007, con il quale, la conferenza dei servizi, ha approvato il progetto definitivo di ricostruzione in località Pianette”. Semplificando: è stato annullato l’atto che disponeva la delocalizzazione, ovvero la costruzione della “new town” che quindi, adesso, non poggia su alcun fondamento giuridico. Il ricorso è stato presentato dall’associazione “Cavallerizzo Vive” e il suo accoglimento, ottenuto dagli avvocati Riccardo Tagliaferri e Alberto Carretti, può produrre conseguenze molteplici.

Innanzitutto: l’interruzione dei lavori, in ritardo già d’un anno e costati, finora, sessanta milioni di euro. Senza contare le ripercussioni sociali: la “de-localizzazione” ha già spaccato la comunità di Cavallerizzo, divisa tra chi desidera una nuova casa in un nuovo paese, e chi, al contrario, sogna di recuperare la vecchia casa nell’antico borgo. La sentenza emessa ieri dal Tar rischia ora di esasperare gli animi. Ed è il segno tangibile che la “soluzione” della “new town” non ha risolto nulla: a cinque anni dalla frana, il nuovo paese non è completato; gli abitanti vivono in affitto e le pigioni sono pagate con i soldi dello Stato; la comunità è lacerata in maniera irreparabile. Certo, il governo e la Protezione civile, ricorrendo al Consiglio di Stato, potrebbero ribaltare la situazione, ma la sentenza di ieri dimostra un fatto: il pasticcio c’è. E non vale, per risolverlo, ricorrere al dogma dell’emergenza.

Il Tar sancisce che non sempre, una situazione d’emergenza, consente d’eludere la Valutazione d’impatto ambientale. Oltre l’emergenza “urgente”, deve esserci un “pericolo immediato, non altrimenti eliminabile”. Requisito che può esistere quando si decide “se” delocalizzare. Requisito che manca, invece, quando si decide “dove” delocalizzare. Per Antonio Madotto, dell’associazione “Cavallerizzo Vive”, la sentenza del Tar è un motivo di speranza: “Il nostro ricorso – dice – nasce da un unico motivo: vogliamo tornare a casa nostra, nell’antica Cavallerizzo. Di fatto, con questa sentenza, è stata sospesa la ricostruzione. E quindi: ora si potrebbe, finalmente, recuperare il nostro centro storico. Un recupero che ci consentirebbe di rientrare nelle nostre case”. Per molti altri, la stessa sentenza, è motivo di disperazione: “Il risultato di questo ricorso”, conclude Madotto, “alimenterà la nostra divisione: comprendo il dramma di chi, dopo questa sentenza, rischiano di non avere una nuova casa. Ma la responsabilità non è nostra. È di chi non è stato trasparente nelle procedure e ha spaccato la nostra comunità. Sprecando 60 milioni di euro. Utili soltanto per l’ennesima speculazione edilizia”.

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