che fare?

di Stefano Valentini

Dal primo giorno dopo il terremoto in molti abbiamo contestato l’idea delle new town, guarda caso già pronto nel cassetto, ci hanno detto “va bene, no alle new town” ma poi hanno presentato il cosi detto progetto C.A.S.E (che altro sono se non new town?), stravolgendo il nostro territorio, non dando ascolto alle tante voci, anche istituzionali, che chiedevano “ma i MAP perché no”.
Alla fine dell'”emergenza” ci ritroviamo con la gran parte dei finanziamenti stanziati per la ricostruzione “sperperati” per realizzare le C.A.S.E. e i quartieri dove sorgono le C.A.S.E sono invivibili (non hanno autobus, bar, negozi di generi alimentari e/o abbigliamento e/o altro, edicole, farmacie, le persone anziane non sanno che fare e/o dove andare e sono totalmente dipendenti dei loro parenti più giovani che hanno altri problemi (dalla viabilità impazzita ai tempi di percorrenza assurdi), i ragazzi che non hanno punti di socializzazione, non c’è una chiesa (nel frattempo la curia specula su piazza d’Armi invece di stare in mezzo alla gente “ferita” dal terremoto), non sono previsti collegamenti tra i nuovi insediamenti e alcuni servizi tipo poste, banche etc.
Ormai il danno è fatto per cui dobbiamo rimboccarci le maniche e guardare al futuro cioè rendere il più possibile vivibili questi nuovi quartieri. Queste costruzioni avranno un “tempo di vita garantito”, in base alla prevedibile durata dei materiali usati, di circa 10 – 15 anni, il che vuol dire che per i prossimi 10 – 15 anni avremo dei quartieri non solo senza alcuna possibilità di “socializzazione” ma anche, e soprattutto, senza alcun tipo di servizio.
Io penso che oltre a porci il problema dei “Centri Storici” che vanno ricostruiti, difesi e presidiati anche e soprattutto da noi, dovremmo iniziare ad affrontare il problema dei nostri concittadini “DEPORTATI” nella C.A.S.E (specialmente di quelli più deboli).
Leggo da più parti che gli ambulanti di piazza Duomo voglio ricreare un loro mercato a Piazza d’Armi, sovrapponendosi e/o “scacciando” gli ambulanti che già vi facevano mercato. Niente di più sbagliato e antiproduttivo!!!! Oggi purtroppo Piazza d’armi è un punto cruciale per il traffico cittadino e non da possibilità di “soste” per andare “al mercato”.
Sembra quasi che tutta L’Aquila debba trasferirsi tra Piazza d’Armi e Viale della Croce Rossa, con una cementificazione (o una “legnificazione”) insosteni
bile per quelle aree (ovviamente ci vogliamo anche i parchi giochi e le aree verdi!!!).

Io penso che dovremmo trovare il “coraggio” di ammettere che abbiamo perso una battaglia (quella delle C.A.S.E.) ma, proprio perché quella è stata una battaglia persa, ripartire da li per la rivincita della nostra città.
ALCUNE PROPOSTE:

1. La Curia la smettesse di pensare ai propri interessi beceri di “cassetta” e iniziasse a pensare ai propri “adepti” creando “punti di preghiera nei vari nuovi quartieri (non solo C.A.S.E. ma anche MAP e se sarà MAR) togliendo le “grinfie da Piazza d’Armi (altrimenti avremo diritto ad accusarla di “sciacallaggio” per molti anni a seguire (come già avvenne nel terremoto precedente) so benissimo che questa mia è una pia illusione, davanti al business sai quanto mi interessa dei fedeli!!!.
2. Gli ambulanti, Aquilani e non, (che stavano a Piazza Duomo, a Piazza d’Armi, a Paganica, a S. Maria di Farfa e in tutti gli altri mercati e mercatini del nostro comune) tornino a svolgere la loro attività di “venditori ambulanti”, chiedendo al comune di permettergli di svolgere la loro attività commerciale nelle “new town” (sia CASE che MAP). Molti di loro avevano una clientela fissa che oggi è dispersa nel territorio. Si potrebbe fare in modo che sia comunicato ai cittadini che: Bersagliere, con l’intimo, sta lunedi a S.Elia, martedi a Coppito 3 etc, Carbo con la fretta sta ….., Baffò con le scarpe sta … etc facendo una specie di calendario per cui i clienti “storici” andrebbero a trovarli nel punto più vicino a loro (in questo modo creerebbero un servizio di importanza sociale, le persone anziane che vivono nello stesso insediamento inizierebbero a conoscersi e in più avrebbero un “introito” molto maggiore di quello che gli darebbe un posto fisso a Piazza d’Armi dove, ripeto, non si potrebbe fermare nessuno). Tutto questo ovviamente prevede una politica del Comune sul commercio e sulla concessione dell’occupazione del suolo pubblico “lungimirante”. Capire cos’è il suolo pubblico nei nuovi insediamenti (‘sta ..zzo di espressione new town mi sta sul ..zzo), derogare, in parte, alle licenze sui generi vendibili (chi vende frutta e verdura deve poter vendere anche il pane per completare il servizio offerto etc)
3. E ultimo per ora visto che è tardi: nei nuovi insediamenti vi sono i cosiddetti “spazi verdi” che a vederli non sono solo tristi, sono peggio! Un bambino portato li per la ricreazione si suiciderebbe subito (lo farei anch’io dopo ½ ora). Ora mi sta bene riattivare il parco giochi del Castello e anche quello del Parco di Collemaggio, ma sarebbe una operazione per pochi eletti i cui genitori sarebbero disposti a portarli al centro!!! Penso che dobbiamo fare in modo di rendere fruibili queste aiuole (forse anche meno di aiole per come siamo abituati) mettendoci erba, fiori, ombra e, sopratutto trovando il modo di poter finanziare un progetto di animazione da realizzare magari con la rete degli “artisti aquilani” durante il periodo della chiusura delle scuole.
4. Se mi vengono in mente altre “scemenze” ve le scrivo domani, per ora sorbitevi queste e, se ritenete che lo merito, sputatemi in faccia, giuro che non mi incazzo più.

Stefano Valentini
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