aquilani si nasce…aquilani si diventa

di Maria Laura Menghini, 22 feb.

Non volevo rivedere l’Aquila a un anno dal terremoto. Speravo di rivederla prima o poi con un progetto in corso, con dei segnali che indicassero che il lungo percorso verso il recupero era iniziato e che bisognava armarsi di pazienza e aspettare . 10, 15, 20 anni. Tanti per noi, nulla per la storia di una collettività. Ma quando ho percorso via XX settembre con le macerie senza dignità, ormai rifiuti, monnezza, ciarpame, accatastate sul bordo della strada. Quando ho visto quei simulacri di palazzi apparentemente integri allo sguardo disattento ma invece deserti e squarciati nei piani bassi. Quando ho visto la beffa delle poche centinaia di metri di centro storico “ riaperte ai cittadini” nel groviglio di ponteggi senza logica, un deserto immoto fino a piazza duomo, nessuna attività umana, ho cominciato a disperare. Poi, dopo pochi metri, i quattro cantoni. A sinistra lo sguardo porta a Piazza Palazzo con la sua torre del 1200. I pochi, miti cittadini aquilani sono voluti entrare a forza, non per riappropriarsi del nulla bensì per vedere cosa si stava facendo per la loro città. E in quella piazza hanno visto l’emblema del dispregio, un cumulo informe di macerie in cui le preziose pietre lavorate della loro torre erano mischiate alla monnezza e alla risulta dei tramezzi di cartongesso. Un manichino di plastica si ergeva irridente su un cumulo di rifiuti urbani che l’AMA non si era degnato di rimuovere. Gli aquilani non hanno superato le transenne della piazza verso nord ,per la loro incolumità, ma forse anche perché non sopportavano di vedere oltre. Una settimana dopo su quella via un caterpillar finto ha operato senza logica per due ore a uso delle televisioni ma il manichino e la monnezza erano sempre lì, a testimonianza dell’arroganza e della protervia di un potere che non ritiene più necessario nemmeno salvare la faccia . Nessuno ha degnato il caterpillar di uno sguardo, tanto era evidente l’inutilità dell’operazione.
Quello che abbiamo visto noi è una città in disfacimento, sommersa di disperazione e macerie, a fronte di alloggi anonimi contrabbandati come miracolo aquilano, dislocati in diverse aree di cui appare difficile individuare la logica alla base della scelta e che qualsiasi campersite o villaggio valtour avrebbe potuto costruire in tempi analoghi o inferiori e con minor costo. Antisismici grazie ai costosissimi piloni Marcegaglia? Forse sì. Ma se ti casca in testa un alloggio di due piani di cartongesso è comunque facile tirarti fuori. O no?
Ora Bertolaso, dopo aver fatto per 11 mesi il servo sciocco, dopo aver organizzato un G8 inutile di pranzi e cene per avvinazzati di tutto il mondo ed aver dato fondo a tutte le risorse possibili, dice che la ricostruzione non è compito suo. Il sindaco piagnucoloso si mette le mani nei capelli e confessa fra i denti scomposti che non sa da dove cominciare perché la normativa europea non gli consente di rimuovere le macerie . Sembra il paese di Laputa di Gulliver. O il Castello di Kafka. Leggi che semplificano per rubare e ingarbugliano il fare. E dunque i cittadini aquilani e i loro ( pochi) sostenitori prenderanno le cofane o callarelle (ho detto bene?), raccoglieranno le macerie e le porteranno dove? Boh! Proporrei di portarle sul Gran Sasso come Hugh Grant nel film L’uomo che salì la collina e scese la montagna. Così il Gran Sasso magari batte qualche record di altitudine e cambiamo gli atlanti geografici.

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