…a proposito di c.a.s.e….

di Antonello Ciccozzi, da “il Capoluogo”, 17 febb.

::::::::  Il progetto C.A.S.E. si affaccia sul terremoto dell’Aquila con una solerzia sorprendente, immediatamente dopo il sisma, nella forma di una L’Aquila2 promessa da Silvio Berlusconi. L’11 aprile 2009 le agenzie stampa riportano le dichiarazioni del presidente del Consiglio dei Ministri, scrivendo che «Berlusconi ha assicurato che la “new town” da costruire a fianco della vecchia città (“richiesta dal vostro sindaco”) non sarà un ghetto, ma anzi sarà costruita, “con il linguaggio architettonico locale”, sul modello di Milano2 e Milano3». Il sindaco di L’Aquila pare che invece non sia stato mai troppo entusiasta della new town di Berlusconi (e di Bertolaso), infatti già l’8 aprile su Omnibus (trasmissionedell’emittente La7) dichiara che «costruire una new town vorrebbe dire distruggere e  abbandonare la città».

Il fattore chiave che definirà la base di quanto è ad oggi successo a L’Aquila si ha il mese dopo, quando la Protezione Civile accoglie i tre criteri dettati da Cialente: no alla New Town, distribuire sul territorio i nuovi insediamenti e localizzarli il più vicino possibile alle frazioni. Considerando che la tipologia dei complessi abitativi era stata già definita in termini di condomini accessoriati da corpulente piastre antisismiche (il cui progetto era già pronto nel cassetto della Protezione Civile) è già da qui che si delinea un reato contro il paesaggio.

Il primo criterio dice no alla new town, a quel punto i condomini del progetto C.A.S.E. avrebbero potuto esser messi intorno a L’Aquila, ma questo non avviene; questa decisione non viene presa. Il sindaco ha usato il suo margine di decisione comandando di posizionare i condomini che avrebbero ospitato gli aquilani senzatetto, non usando i terreni in prossimità dell’Aquila, bensì quelli dei paesi. Dire «il più vicino possibile alle frazioni» è un modo scaltro per dire “il più lontano possibile dall’Aquila”.
Così la combinazione del secondo e del terzo criterio voluti dal sindaco ha comportato che il territorio di quasi tutti i paesi del comune dell’Aquila è stato occupato da un secondo borgo destinato perlopiù agli aquilani. È questo il nucleo di quanto è accaduto: da un lato l’amministrazione locale ha accettato una tipologia costruttiva imposta dallo Stato, dal lato opposto lo Stato ha accettato i vincoli localizzativi imposti dall’amministrazione locale; e questo configura il progetto C.A.S.E. – in circa la metà dei diciannove siti abitativi sviluppati a partire da esso – come un caso di corruzione politica perché, collocando complessi abitativi a connotati urbani in ambiti rurali (vale a dire costruendo condomini nei paesi) viene violata in molti luoghi la Convenzione Europea del Paesaggio. I paesi danneggiati dal sisma situati fuori dal comune dell’Aquila hanno avuto delle più adeguate casette di legno; per quelli nel comune del Capoluogo, già simbolicamente espropriati di
autonomia e ridotti ad appendici attraverso l’uso dell’orrendo termine “frazioni”, niente casette, ma palazzine in quantità, per insediare perlopiù gli aquilani terremotati.
Poi bisogna chiedersi perché Cialente non ha voluto le case di emergenza che avrebbero ospitato in comodato d’uso gli aquilani vicino a L’Aquila. La ragione pubblica, propagandata non senza un certo talento demagogico alla cittadinanza, era di tipo identitario e secondariamente legata al preconcetto che le case in questione sarebbero state di bassa qualità; la ragione istituzionale e intima è stata di tipo economico-clientelare.
Per quanto riguarda il primo punto c’è da ricordare che L’Aquila2 era per Cialente una minaccia per la città, minaccia scongiurata scaricandola su Roio2, Camarda2, Sassa2, Assergi2, Paganica2 e via dicendo: molto “democraticamente” l’identità della città andava difesa sacrificando quella dei paesi del circondario, anzi, delle “frazioni”. Ma non è solo questo il punto, sotto questo grossolano e stucchevolmente vernacolare discorso identitario c’è di peggio.
Adombrando queste manovre con chiacchiere identitarie si è potuto giocare un progetto di tutela degli interessi particolaristi dei gruppi di potere aquilani. Durante tutta la fase di scelta dei siti e di costruzione di questi edifici molti esponenti dei poteri locali hanno spesso mentito, sbandierando all’opinione pubblica il “noi non abbiamo potuto fare niente”, ossia che le aree le aveva decise solo la Protezione Civile, e che quelli scelti erano i posti migliori, anzi gli unici, in quanto vicino a L’Aquila non si poteva costruire a causa di una concomitante scoperta di problemi idrogeologici e di antisismicità dei suoli.
Casualmente, appena terminata la costruzione del progetto C.A.S.E., i risultati della micro- zonazione geologica fatta dalla Protezione Civile hanno sentenziato che quasi ovunque sarà possibile costruire: con una tempistica favolosa i vincoli idrogeologici e antisismici sono spariti dai terreni prossimi alla città. In questo modo tali proprietà, dopo essere state risparmiate dai feroci espropri per il progetto C.A.S.E., potranno tornare al clima che su di esse c’era prima del terremoto, se non a uno migliore: i terreni in questione sono quelli su cui da trent’anni tutti sanno che, come avviene in ogni altra parte d’Italia, è in corso una silenziosissima guerra di posizione tra imprenditori edili, politici e lobbies economiche finalizzata a operazioni speculative. Per qualcuno a L’Aquila il terremoto non c’è stato, anzi, ha portato fortuna. Gli amministratori aquilani, con grande onore per l’etica di sinistra alla quale dovrebbero rifarsi, hanno scelto di preservare l’interesse particolaristico dei proprietari dei terreni contro quello collettivo delle proprietà del territorio. Il pretesto dell’emergenza ha reso naturale una manovra politica difficilmente proponibile in altri tempi .

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