l’Aquila abbandonata

di Cesare De Seta, su “L’Espresso”

Quantunque doloroso il terremoto del 6 aprile in Abruzzo non ha avuto le proporzioni del terremoto in Irpinia: i 297 morti sono ben lontani dai circa 3 mila dell’Irpinia nel 1980. I morti pesano sulla coscienza collettiva allo stesso modo, ma l’effetto di un sisma si misura anche nel modo in cui si è capaci di ridare dignità a quell’insieme di palazzi, chiese, strade, edilizia minuta che formano la città che si chiama L’Aquila ed i minuscoli centri storici tra le montagne.

Purtroppo L’Aquila, devastata da una secolare sequenza di terremoti, continua a sbriciolarsi sotto i nostri occhi: via Fortebraccio, via Bone Novelle, via San Martino, via Garibaldi, il Corso, i vicoletti di zona Pretatti e Ortolani sono delle scene mute e in abbandono. Solo i monumenti maggiori sono imbrigliati e la loro immagine ha fatto il giro del mondo, ma i soldi promessi per il loro restauro dai Grandi della terra al G8 non sono arrivati. La ‘lista delle nozze’, ebbe a definirla poco felicemente il ministro Bondi, s’è rilevata lista di nozze con i fichi secchi.

Ora i modelli che si offrono sono due: quello del Belice e dell’Irpinia da scansare, l’altro virtuoso del Friuli. Un lavoro capillare di ricostruzione e di sarcitura degli abitati preesistenti a Venzone e a Gemona diedero fiducia alle popolazioni e contribuirono decisamente al rilancio economico dell’area friulana.

L’Aquila è città orgogliosa di una sua storia, con poli di aggregazione di forte impatto monumentale e qualità artistica: attorno ad essi va ricomposto il tessuto edilizio. Esso è riconoscibile nell’iconografia urbana – basta sfogliare il volume di Clementi e Piroddi, edito da Laterza – per capire quale la metodologia ricostruttiva da seguire. Purtroppo la scelta compiuta dal governo va nella direzione opposta e le maggiori risorse sono volte alle così dette 20 news towns.

La grave carenza di risorse, il ruolo marginale delle Soprintendenze, esautorate e subalterne alla Protezione civile, l’assenza di una programmazione organica per il recupero e il restauro delle unità edilizie sono un dato di fatto inquietante. L’Aquila è una città storicamente consolidata nei secoli e il suo centro storico è tra i più degni d’Italia: i tempi del recupero non saranno brevi, perché non possono essere brevi, ma è l’unica via corretta da seguire con idonee risorse. La Direzione generale dei Beni storici, artistici e culturali, appositamente preposta a questi fini, deve alzare la voce, perché la stoltezza degli uomini può essere più dannosa del sisma. C’è un consenso reale nella volontà di ridare dignità a L’Aquila e al suo tessuto storico? Il sindaco dell’Aquila Cialente, il 13 maggio, dinanzi alle macerie, dichiarava imprudentemente al ‘Corriere della Sera’: “Voglio chiamare le archistar del pianeta, Renzo Piano, Isozaki, Fuksas, Calatrava… Voglio chiedere aiuto anche a loro. Affinché L’Aquila risorga più bella di prima”. Petrolini? Mi permetto di ricordare al sindaco che L’Aquila ha bisogno di bravi restauratori, di ditte serie nel recupero urbano, di architetti e tecnici capaci di suturare e sarcire, con umiltà, il tessuto urbano devastato dal sisma. Non sono questi lavori per archistar.

Il ministro Brunetta passerebbe alla storia se assumesse subito i 400 precari dell’Istituto Nazionale di Geofisica e Vulcanologia, e rendesse stabile il ruolo di giovani preposti a queste discipline nelle Università: sarebbe investimento altamente produttivo in termini di costi e benefici. Purtroppo ancora una volta la terra ha tremato in dicembre a Perugia. Il ministro Bondi passerebbe alla storia se assumesse nel più breve tempo possibile tecnici per le Soprintendenze depauperate di cui in questo momento c’è bisogno come l’acqua agli assetati. Avrà il coraggio il governo di potenziare questi organici? Ci auguriamo che questo accada con un decreto (questa volta sarebbe benedetto!) del governo che dia mani, braccia, gambe e cervello a quel corpo che deve e dovrà continuare a operare per salvare L’Aquila.

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2 Responses to “l’Aquila abbandonata”


  1. 1 Enrico De Pietra 13 gennaio 2010 alle 10:20

    Chi aquilano non è, comincia a dire che L’Aquila ha già avuto molto (qualcuno sostiene anche troppo), e che gli italiani non possono pagare per restituire la città ai suoi abitanti, che hanno già avuto delle case nuove e bellissime. Io continuo a sostenere che l’unico modo per convincere la gente del contario è quella di fare in modo che tutti, almeno una volta, vengano a vedere quello che è successo davvero, nel centro storico come nelle periferie e nei borghi del circondario. I propri occhi diranno sicuramente molto di più di mille foto e servizi tv.

  2. 2 adrianodibarba 14 gennaio 2010 alle 10:45

    noi siamo convinti della necessità che l’informazione sull’Aquila non debba cessare, anzi debba protrarsi nel tempo con un’azione continua e capillare, rivolta soprattutto alle giovani generazioni e utilizzando tutti gli strumenti democratici disponibili.


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